Trent’anni di televisione, inchieste, polemiche e successi. Fresco della conclusione della seconda edizione del suo programma “Lo stato delle cose” su Rai 3, Massimo Giletti si è raccontato in una lunga intervista rilasciata al quotidiano “La Nuova Sardegna“. Un bilancio che attraversa tre decenni di piccolo schermo, partendo dal sogno infantile di fare l’astronauta (“In fondo viviamo in un mondo di marziani, non sono andato molto lontano”) per arrivare alle tensioni vissute in prima linea contro la criminalità organizzata.
La “sliding door”: dalla fabbrica di Biella allo sfinimento di Minoli
La carriera televisiva di Giletti nasce da un’intuizione avuta mentre lavorava nell’azienda di famiglia nel Biellese, guardando il programma “Mixer“. Per entrare in Rai, il conduttore ha messo in atto un vero e proprio “stalking” professionale ai danni della segreteria del programma: “Per circa sei mesi ho chiamato la segretaria Dora Ricci e le ho chiesto di poter incontrare Giovanni Minoli. Ero diventato un’ossessione”. Il primo incontro con Minoli durò oltre un’ora, ma il giornalista, prevenuto, cercò di dissuaderlo dal lasciare l’impresa di famiglia: “Solo quando si è reso conto della mia caparbietà e della mia voglia di mettermi alla prova mi ha messo sotto contratto. Per un mese. Che poi sono diventati cinque anni”, ricorda Giletti, che oggi definisce Minoli come “tutto”, la persona che ha creduto in lui. Un altro maestro fondamentale è stato Michele Guardì, definito “l’allenatore sul campo”, che lo ha forgiato facendogli condurre fino a 400 puntate in un solo anno.






