Mentre Messina fa il pieno di mega tour, la provincia etnea si adegua a spazi contenuti e più "urban" come la Villa Bellini che tampona il deficit, ma fa perdere un indotto milionario. All'orizzonte, però, ci sono i progetti di riqualificazione dell'ex area fieristica alla Plaia e del PalaNesima per riconnettere il territorio ai circuiti internazionali
C'è stato un tempo, non troppo lontano, in cui Catania era definita la "Seattle d'Italia". Un appellativo nato tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90 quando, alle pendici dell’Etna, esplose un fermento culturale e musicale che richiamava da vicino l'urlo "grunge" della città americana. Quel mito è rimasto scolpito nella memoria collettiva grazie a momenti indimenticabili, come il leggendario concerto dei R.E.M. al Cibali nel 1995 - voluto fortemente da Checco Virlinzi - che vide addirittura i Radiohead come gruppo di spalla. Quella stagione non fu un caso isolato, ma l'inizio di un’epoca d'oro in cui i grandi tir della musica internazionale facevano tappa fissa sotto il vulcano, transitando dal PalaTupparello di Acireale fino alle luci del Massimino. Oggi, però, la geografia del live è cambiata. Se negli anni '90 il cuore pulsante della musica era il cemento degli stadi e dei grandi palazzetti, negli ultimi tempi Catania ha dovuto (o voluto) ridisegnare i propri spazi, scegliendo una veste più "urban" e contenuta. Dossier ripercorre questo passaggio dai grandi circuiti ai "medi" eventi, analizzando l'evoluzione dei numeri e delle location: dalla centralità dei...









