Garlasco. «I Poggi restituirebbero tutto ad Alberto Stasi se un’eventuale revisione del processo dovesse dimostrarne l’innocenza. Ma nel frattempo sono pronti a portare in tribunale chi, sui social e sul web, li ha trasformati nel bersaglio preferito dell’odio attorno al delitto di Garlasco». Soldi e hater, risarcimenti e querele: a quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, la nuova inchiesta che vede indagato Andrea Sempio, Giuseppe Poggi e Rita Preda si difendono dagli attacchi. A mettere un punto, almeno sul tema economico diventato terreno di polemica , è l’avvocato della famiglia Poggi, Gian Luigi Tizzoni che fin dall’agosto 2007 rappresenta i genitori della 26enne uccisa nella villetta di via Pascoli. Il legale respinge con durezza l’idea che i genitori di Chiara stiano difendendo la condanna di Stasi per non perdere il risarcimento ottenuto dopo anni di processi e battaglie giudiziarie. Una teoria diventata virale tra social network, programmi streaming, canali YouTube e gruppi dedicati al caso Garlasco. «Questo concetto che si stiano arroccando per due soldi in croce, perché tali sono, è oltremodo offensivo», taglia corto Tizzoni. Il riferimento è ai circa 300-400 euro al mese che arrivano dal lavoro di Stasi e di cui, secondo il legale, i Poggi «farebbero a meno senza alcun problema». Non solo. L’avvocato spiega che, se davvero un domani la giustizia dovesse ribaltare tutto, la famiglia sarebbe pronta a restituire quanto ricevuto. Il risarcimento fissato nelle sentenze era pari a un milione di euro, poi ridotto attraverso un accordo transattivo a circa 700 mila euro. Ad oggi, sostiene Tizzoni, ne sarebbero stati percepiti circa 350-400 mila, molti dei quali spesi per affrontare anni di processi, consulenze e spese legali. «Avranno speso almeno 150 mila euro», osserva il legale. Il resto, aggiunge, sarebbe rimasto accantonato. «Il signor Poggi ha un conto dedicato dove confluiscono quei soldi e non li ha mai toccati», precisa Tizzoni. «Restituire quelle somme non comporterebbe nessun concreto, serio disagio». La battaglia agli hater Parole che arrivano mentre la Procura di Milano apre un altro fronte del caso Garlasco: quello degli odiatori social. Da quando la procura di Pavia ha riacceso i riflettori sull’omicidio del 13 agosto 2007, la famiglia Poggi e le cugine Paola e Stefania Cappa sono finite al centro di accuse, insinuazioni, campagne aggressive e ricostruzioni alternative rilanciate online senza filtri. I genitori di Chiara avrebbero già presentato circa 70 denunce. Un centinaio invece le querele legate agli attacchi contro le gemelle Cappa. Le ipotesi di reato vanno dalla diffamazione alla calunnia fino agli atti persecutori. Nel mirino della Procura ci sono youtuber, blogger, presunti testimoni considerati inattendibili, ma anche utenti anonimi, post social, commenti offensivi e contenuti rilanciati sul web in questi mesi. Non mancano neppure esposti relativi a trasmissioni televisive e articoli ritenuti lesivi. L’inchiesta è coordinata dal sostituto procuratore Antonio Pansa e punta a fare ordine nel lato più tossico del caso mediatico per eccellenza della cronaca nera italiana. Tizzoni, del resto, ricorda anche un altro aspetto spesso ignorato nel dibattito pubblico: «Ci vorrebbe un po’ più di rispetto nell’immaginare una famiglia che ha avuto una figlia uccisa».