Il candidato serrese diventato virale con le sue metafore dialettali colpisce un nervo scoperto: troppi entrano in politica per “sistemarsi”. E il messaggio, tra ironia e frittuli calabresi, è netto: quando hai bisogno della politica, rischi di perdere libertà e dignità

Sono diventati virali i frammenti del comizio del candidato al consiglio comunale serrese, Vito Regio. In tanti hanno condiviso e visualizzato la “scoperta” di Calabria 7, ma c’è una verità sottesa alla scelta di pubblicare le perle dialettali declamate da Regio durante le sue orazioni comiziali. A noi non piace postare per il gusto di acchiappare like, ma per quello di stimolare interesse e, possibilmente, dibattito costruttivo.

La forza politica del linguaggio popolare

Sì, perché certi concetti, per quanto coloriti, sono più efficaci di chilometrici trattati di politologia. Ci sentiamo, per questo, di ringraziare il candidato di una delle liste che concorrono per il futuro governo della nobile Serra San Bruno. Non occorre, infatti, scomodare psicologi del linguaggio, oppure la cerchia dei soliti scrittori tuttologi abituati ad essere interpellati perfino sui problemi di cervicale; non c’è bisogno neanche di chiedere conforto agli antropologi super star gravati, loro malgrado, da missioni messianiche dai peggiori salotti provinciali della nostra terra — la Calabria sa essere anche la patria degli organizzatori tamarri, quelli che costruiscono mitologie sull’ovvio creando mostri — per capire che Vito Regio con la sua prolusione, farcita di potenti metafore ‘porchigne’ e di frittuli dialettiche, ha centrato uno dei problemi piu’ gravi della politica moderna: il malcostume radicato ad ogni latitudine di guardare ad essa come un posto di lavoro, o peggio come un ascensore economico, più che sociale.