C’è già tutto in un pensierino di scuola, e forse non serve altro per capire che cosa siano davvero gli «Statuire» di Bitonto. «Io vedo papà portare Gesù nella culla, da grande voglio fare il portatore», ha scritto Vincenzo, sei anni, figlio di Domenico Frascella. È da qui che comincia il racconto più autentico della processione del Venerdì Santo che, all’alba di venerdì 3 aprile, muoverà ancora una volta dalla chiesa di San Domenico, curata dall’Arciconfraternita del Santissimo Rosario: dal passaggio silenzioso tra padri e figli, da una tradizione che si respira in casa, si vede da bambini, si assorbe come una fede e quasi come un destino.
Non ci sono schemi, non c’è una regola scritta. Se è scritto, prima o poi si diventa «statuire». Il termine non è secondario, perché «portatore» quasi riduce, mentre in questo caso si parla di uomini che sostengono sulle braccia statue da due quintali e mezzo, fino a tre quintali, e che lo fanno dentro un codice antico di devozione, sacrificio, equilibrio e disciplina. Sotto ogni simulacro ci sono otto uomini: quattro fissi e quattro pronti per il cambio. Le statue della Passione sono quelle di Gesù nell’orto degli ulivi, Gesù flagellato, Gesù coronato di spine, Gesù con la croce, il Calvario, Gesù deposto dalla croce - la Naca - e la Vergine Addolorata, rischiarata da oltre 110 candele.







