Abbiamo imparato ad essere cristiani più da Victor Hugo che dalla Chiesa, afferma Leonardo Sciascia in un’intervista. Potremmo scrivere qualcosa di analogo riguardo a Manzoni. Abbiamo imparato più da lui a essere cittadini italiani che dai libri di educazione civica e a parlare in italiano più che da tante grammatiche.
Manzoni sì, Manzoni no. Non voglio entrare nella polemica, come al solito calcistica. Per giunta non sono un addetto ai lavori e dunque non vorrei ledere maestà accademiche o scolastiche. Sono solo uno scrittore che è più orgoglioso di ciò che ha letto che di ciò che scritto. E tra ciò che ha letto e riletto ci sono i Promessi Sposi. Ma non a scuola. Anzi, se ci penso, conservo ancora la sensazione di fatica fisica nel riassumere e commentare i singoli capitoli del monstrum manzoniano negli anni del liceo.
Allora, se le nuove indicazioni ministeriali vogliono incidere sul quando e sul come studiare Manzoni, siamo sulla strada giusta. Bisognerebbe poi verificare se gli strumenti adottati sono adeguati alle intenzioni. Leggere i Promessi Sposi, per esempio, non può essere un cammino a tappe forzate che inizia dal lago di Como e finisce a Milano per coazione a ripetere. Una sorta di somministrazione medicinale da buttare giù una volta alla settimana. Immaginate di portare una scolaresca a vedere una mostra di quadri, i ragazzi e le ragazze seguiranno il percorso stancamente in attesa di vedere la luce dell’uscita. Il romanzo invece è un grande elefante. Va tagliato a pezzi per essere mangiato e digerito. A cominciare dalla trama. Che storia stiamo raccontando? Quindi i protagonisti e le figure che rappresentano. E poi i temi, di cui il romanzo è ricchissimo. Ad esempio, il capitolo XIII, quello con al centro il vicario di provvisione e del tentato linciaggio da parte della folla affamata, introduce il tema civile, a proposito, delle ribellioni e del capro espiatorio. Infine la lingua. Bisogna fermarsi a tradurre l’italiano di Manzoni come si fa in un paese straniero. Che significa «concionare»? E, d’altra parte, condividere quanto della nostra lingua deriva da quel romanzo: «Questo matrimonio non s’ha da fare» o «Avere i grilli per la testa». Spero siano queste le intenzioni venute fuori dalle nuove direttive per i licei. Se così fosse, conta meno se si comincia nel biennio o nel triennio. È una questione di metodo. E soprattutto riguarda tutta la letteratura, da Dante fino ai contemporanei che fanno fatica a essere studiati, come Sciascia e Pasolini. Quest’ultimo esempio, mi permette di aprire un’altra finestra: l’utilità, se non la necessità, di un approccio interdisciplinare. Il cinema e i video aiutano molto nello studio della letteratura (e non solo).







