La morte di Alex Zanardi riporta al centro del dibattito pubblico una parola che negli ultimi anni è diventata quasi un imperativo morale: resilienza. Zanardi è stato, per molti, l’incarnazione perfetta di questa idea. La sua capacità di rialzarsi, di guardare avanti, di concentrarsi su ciò che restava invece che su ciò che era stato perso, ha rappresentato un esempio potente, capace di ispirare intere generazioni. Ma proprio perché così potente, questa narrazione merita oggi una riflessione più profonda, soprattutto alla luce del tempo che stiamo vivendo. Viviamo in una società che chiede risposte rapide, adattamento immediato, capacità di trasformare ogni crisi in opportunità.

La resilienza, da risorsa umana, rischia di diventare un parametro di valutazione: una misura implicita del nostro valore. Se reagisci, sei forte. Se fatichi, se ti fermi, se non riesci a «vedere il bicchiere mezzo pieno», allora qualcosa in te sembra non funzionare.

È qui che si inserisce anche un possibile fraintendimento della psicologia positiva (Martin Seligman, 1998): nata per valorizzare le risorse dell’individuo, può trasformarsi, se banalizzata, in una pressione a stare bene, a trovare senso subito, a convertire il dolore in crescita in tempi rapidi. Ma il rischio è quello di perdere di vista la complessità dell’esperienza umana. I processi di recupero psicologico non sono immediati, né seguono una logica lineare di causa-effetto. La terapia è un percorso che si intraprende per acquisire consapevolezza, benessere ed evoluzione, non per rispondere a un’urgenza prestazionale o a criteri di successo visibile. Non è centrata solo sui sintomi, né legata a risultati immediati, come spesso accade nella vita pragmatica.