L’ottimismo di Governo e delle Regioni da un lato, secondo i quali è vicino l’accordo per portare i medici nelle Case di comunità. Dall’altro, il muro del principale sindacato dei medici di famiglia, che ribadisce il no alla decretazione d’urgenza e il no a un contratto di dipendenza. Si riaccende a colpi di dichiarazioni il dibattito sulla riforma della medicina territoriale, dopo il secondo incontro sul tema tenutosi oggi al ministero della Salute, a cui hanno partecipato anche esponenti del Parlamento, della Conferenza Stato-Regioni e dei sindacati.

Sul tavolo c'è la bozza del decreto legge di riforma della medicina generale, presentato per la prima volta dal ministro della Salute Schillaci lo scorso 23 aprile alla Conferenza delle Regioni, che punta a collocare i medici di famiglia nelle Case di comunità. Realizzate con i fondi del Pnrr queste strutture dovranno gestire i pazienti meno gravi, impedendo che vadano a ingolfare i pronto soccorso degli ospedali. Dopo una prima alzata di scudi, è proseguita per giorni la contrattazione, che ha portato a un secondo documento approvato in Commissione salute della Conferenza delle Regioni, su cui ancora manca un accordo.

Si è arrivati così, ieri mattina, al secondo vertice, con il Governo punta a chiudere rapidamente l’intesa per portare il dl in Consiglio dei ministri entro giugno. «Il tavolo di oggi è un grande passo in avanti e una prova di maturità da parte di tutti. Prevediamo al massimo entro mercoledì, di raggiungere un accordo con i medici di medicina generale, in collaborazione con le Regioni», ha dichiarato il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato. «Abbiamo un mese e mezzo per mettere in campo strumenti normativi che consentano di rendere operative queste strutture sanitarie di prossimità e di garantirne il presidio», ha spiegato.