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24 APRILE 2026

Ultimo aggiornamento: 16:44

La riforma della medicina generale pensata dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, prevede un doppio binario per i camici bianchi. Da una parte la convenzione, ma profondamente modificata dall’introduzione di nuovi obblighi e di un diverso sistema di retribuzione. Dall’altra la possibilità, su base volontaria, di diventare dipendenti del Servizio sanitario nazionale. Il decreto Schillaci – la cui bozza è stata presentata dallo stesso ministro il 23 aprile in Conferenza delle Regioni – prova a tenere insieme esigenze diverse: non trasformare subito tutti i medici di famiglia in lavoratori dipendenti e allo stesso tempo rendere operativa la riforma della sanità territoriale, per “non perdere un’occasione storica”. Il rischio è più che concreto, e il governo lo sa e cerca quindi di accelerare in extremis.

La scadenza del Pnrr di fine giugno si avvicina e con il passare delle settimane si concretizza sempre di più la possibilità che gli obiettivi finanziati dal Piano europeo non vengano raggiunti. In questa corsa contro il tempo il rischio è duplice: non aprire affatto le Case di comunità, visti i preoccupanti ritardi accumulati nella loro realizzazione; o aprirle senza che ci sia però il personale necessario a farle funzionare. La riforma di Schillaci punta a intervenire almeno sul secondo punto, ridisegnando il ruolo dei medici di famiglia. Ma i professionisti temono che il sistema non sia in grado di reggere questa trasformazione senza perdere pezzi. I sindacati di categoria parlano di provvedimento “inattuabile e pericoloso per i pazienti”, accusando il governo di non averli coinvolti nella discussione.