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11 MAGGIO 2026
Ultimo aggiornamento: 6:11
“In questi mesi di discussioni intorno alla proposta di riforma della medicina di base ho cominciato a sospettare che i giovani medici non siano così scontenti di diventare dipendenti del Ssn: un orario definito che permette una vita oltre il lavoro, l’organizzazione che non grava sulle loro spalle, meno stress nell’affrontare l’aumento costante dei pazienti pro-capite e quello del carico di lavoro dovuto all’innalzamento dell’età media della popolazione e dalla cronicizzazione di patologie prima letali in pochi mesi. La fuga dalla medicina generale verso altre specializzazioni preoccupa. Perciò ho messo in discussione le mie convinzioni”. Questo dice un amico medico di medicina generale, un professionista coi fiocchi, stimato dai suoi pazienti e impegnato nella faticosa gestione di coordinare una medicina di gruppo, appassionato sostenitore della sanità pubblica e rappresentante sindacale dei medici.
Di lui e di una delle poche Case della Salute funzionanti – eppure sono il caposaldo della “nuova medicina territoriale”, oltretutto finanziata massicciamente dal Pnrr in scadenza -, ho parlato in un post di circa un anno fa. Era preoccupato dagli effetti della riforma, sosteneva che il rapporto di dipendenza avrebbe peggiorato la qualità del servizio ai cittadini. L’analisi dei dati sull’assegnazione delle carenze in Piemonte (la gestione dei pazienti dei medici usciti dal Ssn senza sostituzione) gli ha suscitato qualche dubbio sulla sostenibilità del sistema medicina generale senza interventi radicali.







