PADOVA - In sei anni i cittadini del Bangladesh sono aumentai del 70% e Islam supera Tognon tra i cognomi più diffusi in città. Ed è anche così che Padova si conferma una città sempre più multietnica. A dirlo è l’annuario Statistico 2025 del Comune che, tra le tante curiosità, certifica un vero e proprio boom di una comunità straniera in particolare, quella bengalese.
I numeri Con 2.486 residenti a Padova quella del Bangladesh è la 5° comunità più numerosa in città dopo quelle di Romania, Cina, Modavia e Nigeria. Una comunità che in soli sei anni è aumentata di ben il 70%. Nel 2019, infatti, era ferma a quota 1.463. A conferma di questo c’è anche il fatto che nella classifica dei cognomi più diffusi a Padova al 42° posto troviamo Islam con 202 persone, mentre il padovanissimo Tognon, con 201 persone, si deve accontentare della 43° posizione. Il cognome Islam è, infatti, tipicamente originario del Bangladesh, dove si concentra il 90% dei “portatori”. La comunità in questione a Padova è una presenza consolidata, soprattutto l'Arcella dove vivono quasi 1.800 bengalesi. Il principale punto di riferimento culturale e religioso è il Bangladesh Islamic Cultural Center in via Jacopo da Montagnana. La convivenza Una convivenza non sempre facile con il resto della città, però. È di qualche giorno fa, per esempio, l’appello lanciato dai residenti di Ponte di Brenta. Ad insistere sulla questione sicurezza è stato chi abita in via Don Lago, dove al civico 56, nei locali dell'ex supermercato, da tempo è presente il "Centro Culturale Darussalam" (a cui fanno riferimento alcuni cittadini del Bangladesh), di fatto una moschea. L’ultimo appello con una richiesta di intervento è stato rivolto domenica scorsa dai residenti sia alla polizia locale che al vicesindaco Antonio Bressa. All’intero della struttura, tra le altre cose, il Comune aveva contestato alcuni abusi edilizi. “Vista la pratica Cila e il successivo sopralluogo effettuato il 29 aprile 2025 – si legge nella relazione stilata dai Vigili l’estate scorsa – risulta che gli interventi previsti presso l’immobile in questione sono in fase di allestimento. Considerata la mancata presentazione della necessaria documentazione integrativa, l’intervento è da considerarsi urbanisticamente illegittimo rispetto all’utilizzo finale previsto e in contrasto con gli strumenti urbanistici vigenti e con le destinazioni d’uso attualmente ammesse per l’immobile in oggetto – si spiega ancora – Poiché le opere previste (realizzazione di nuove partiture interne, nuovi bagni e impianti elettrici e idro-termosanitari, un bagno per disabili, controsoffitti e altri lavori), sottendono un mutamento di destinazione d’uso urbanisticamente rilevante, da commerciale (negozio) a servizi religiosi”. L’ipotesi moschea Che l’intenzione dell'associazione sia quella di realizzare una struttura di tipo religioso, secondo il Comune viene confermato anche da un manifesto presente all’interno dell’ex supermercato al momento del sopralluogo. “L’intervento appare finalizzato alla trasformazione dei locali come sede di un’istituzione educativa religiosa – si puntualizza – questo in contrasto con le disposizioni della Legge regionale numero 11 del 23 aprile 2004 e con le specifiche norme del vigente piano degli interventi”. “Alla luce di quanto sopra – si conclude – l’intervento previsto è da considerasi nuova costruzione, poiché determina una trasformazione edilizia e urbanistica del territorio e rappresenta un intervento di urbanizzazione secondaria, realizzato da soggetti diversi dal Comune, in difformità dalle specifiche disposizioni previste”.






