Genova. Si racconta di donne che partoriscono in casa e non registrano le nascite all’Anagrafe; di bambini mai nati, di adolescenti che non hanno visto una scuola. E il parroco don Stefano Moretti dice che il Centro di Ascolto della Caritas sente di mariti che vietano alle mogli il ginecologo, persino le visite coi medici maschi «proibite dall’integralismo islamico»; di famiglie senza assistenza sanitaria. Leggende metropolitane o realtà sotterranea di un quartiere di Genova che in un paio d’anni si è ritrovato con settemila residenti in più, buona parte impegnati alla Fincantieri nella costruzione di navi di lusso: tutti bangladesi, o bangladini, come preferiscono chiamarsi. Chi non lavora nella cantieristica navale, ha aperto botteghe, bar, tavole calde, money trasfer per inviare soldi in Bangladesh. Quasi tutti immigrati regolari. Benvenuti a Sestri Ponente, spicchio di Genova con 55mila abitanti, da decenni mix di operai e camici bianchi, da due secoli patria dei cantieri navali che hanno varato, fra gli altri, l’Andrea Doria, il Cristoforo Colombo, il Michelangelo; di industrie metalmeccaniche e dell’elettronica avanzata come Ansaldo, Leonardo, Abb, Marconi. Benvenuti nell’ex comune, annesso da Mussolini che volle la grande Genova, diventato tra il ‘50 e il ‘60 serbatoio della massiccia migrazione del Meridione, metabolizzata non senza ferite. Si potrebbe raccontare così la Stalingrado ligure con 9 chiese cattoliche, che ha cambiato di nuovo pelle con il “foresto orientale” e 8 “bassi” dei vicoli trasformati in altrettanti luoghi di culto musulmano, chiamati moschee, senza minareto. «Tutta la parte vecchia di Sestri è ormai abitata da questa comunità – ripete, preoccupato, don Stefano Moretti, parroco dell’Assunta – immigrazione non governata, che crea molte tensioni. Se non ci fosse la Chiesa, sarebbe un disastro. Ci prendiamo carico dei problemi dello Stato». E molti del posto, restii a digerire un cambiamento demografico, sociale ed economico, elevato e repentino, hanno paura e talvolta la confessano al sacerdote. Questa semiperiferia di Genova negli Anni Ottanta affidava il 75% di consensi alla sinistra. Ora, i “rossi” puntano l’indice sul razzismo che avanza. La destra – qui nelle scorse settimane Vannacci ha allestito un banchetto e c’era la gente in coda per firmare – con il viceministro genovese Edoardo Rixi della Lega sui social lancia strali contro l’islamismo dilagante e la sostituzione etnica. «Contro i bangladini che non si vogliono integrare – precisa don Stefano – anche se, non abbiamo mai avuto gesti di estremo fanatismo, tranne durante una processione con un gruppetto che ha urlato “Allah, Allah”; e un musulmano che ha preso la Comunione e l’ha sputata». D’altra parte, i bangladini lavorano, non delinquono e non si ubriacano. Anche se la Procura di Genova ha posato le attenzioni su questa comunità: il procuratore aggiunto Federico Manotti lo scorso anno ha arrestato e fatto condannare per istigazione e apologia di terrorismo Faysal Rahman, di 21 anni, operaio proprio alla Fincantieri. E le indagini non trascurano pure i sospetti di caporalato. L’impatto numerico della massiccia presenza dei bangladini non è indolore. Ripete don Stefano Moretti: «Pagano affitti molto alti, in locali poco spaziosi e fatiscenti vivono anche due, tre famiglie numerose». E si sospetta pure il controllo mafioso degli affitti. Non basta: «Gli immigrati comprano tuguri e il mercato immobiliare delle abitazioni di pregio perde valore». Ancora: sono sorte botteghe di alimentari, frutta e verdura, tutto etnico, a scapito del tessuto commerciale italiano. «Chiudono i negozi storici», dice, con numeri alla mano, Monia Modarelli, presidente del Civ (Centro Integrato di Via) che conta 120 associati. «È più disagio percepito che altro – smorza i toni Fabio Ceraudo (M5S), presidente del Municipio Medio Ponente guidato dal centrosinistra, fotocopia della coalizione che amministra il Comune con Silvia Salis – ma non vogliamo che Sestri diventi un’altra Monfalcone, dove la politica ha speculato sull’emergenza». I cantieri del Friuli sono un’altra realtà con il 53% di bengalesi, e qui nel 2016, cavalcando lo spauracchio dell’immigrazione non controllata, la Lega Nord ha conquistato il Comune e da allora non l’ha più perso. Anche a Genova e in particolare nel Ponente cittadino la destra, che governava, alle ultime Comunali ha fatto leva sulla paura. Senza esito, però: la città ed i Municipi sono tornati al centrosinistra. «Qui, nessuno la mette su una questione razziale, ma sul piano sociale ed economico. Si rischia di creare un sub-tessuto di emarginazione – aggiunge Ceraudo – non ci sono servizi sociali a occuparsi di questo disagio, non c’è un governo a gestire il territorio, ed è quello che chiediamo al Comune ed a Fincantieri». Tant’è che Silvia Salis sulla scrivania ha trovato “l’emergenza Sestri” come priorità. «La passata amministrazione di centrodestra non vi ha posto attenzione – denuncia la sindaca – ma ho già avuto alcuni incontri con l’amministratore delegato di Fincantieri, ho fatto presente le preoccupazioni e le insofferenze che arrivano dal territorio, soprattutto dai negozianti. Forgiero, l’ad, dice di essersi fatto carico, tanto che ai cantieri stanno nascendo iniziative per affrontarle. Abbiamo pure coinvolto la Fondazione San Paolo, ed è nostro intento aprire una Casa di Quartiere, all’interno della quale gestire volontariato, doposcuola, sport, mediazione culturale, strumenti per favorire l’integrazione». E però, fuori dal cantiere navale una parte di sestresi fa affari, affittando appartamenti a cifre da quartieri residenziali. E dentro la Fincantieri i bangladini si prestano a lavori “sporchi” che gli italiani non vogliono fare: manodopera a basso costo, diventata normale. «Sono demolitori, saldatori, tubisti, carpentieri meccanici», spiega don Stefano Colombelli, cappellano del lavoro ai cantieri, nonché parroco di “San Giovanni Battista”, sempre a Sestri. Fonti Fincantieri sostengono che senza i bengalesi a Sestri la produzione si fermerebbe, soprattutto oggi, impegnata nella costruzione di 6 navi del Gruppo Explora. «In Italia siamo pieni di ingegneri e tecnici, ma nessuno vuole fare il saldatore e infilarsi in un doppiofondo largo non più di mezzo metro – precisa Diego Dalzotto, Rsu della Fiom – Si calcola una presenza di 4mila maestranze, tutte di ditte in subappalto. Mille operai esterni sono di nazionalità bangladina, la più numerosa, ma la loro partecipazione alla vita sindacale è bassa anche se eleggono un delegato; hanno paura di non ottenere i permessi di soggiorno e di essere licenziati». Alle 12,30 di un giorno lavorativo dal varco Fincantieri li vedi uscire coi caschi variopinti, a seconda della ditta di appartenenza. Tutti maschi, nessuna donna. In zona sono sorti negozi etnici, gestiti sempre da connazionali. «Però, settemila bengalesi arrivati di botto, stravolgono e destabilizzano il tessuto sociale ed economico di un quartiere», ripete il presidente del Municipio. Dieci anni addietro c’erano polacchi, croati e rumeni, poi migrati verso la più ricca Mitteleuropa. «Ma i bambini che vanno a scuola, come alla elementare Foglietta, che siano figli di slovacchi o di bengalesi, salvano tanti posti di lavoro ai maestri italiani», ricorda il sindacalista. Le donne, rigorosamente velate – molte con l’hijab, diverse con il niqab che scopre solo gli occhi – comprano in botteghe bangladine. «Non si vogliono integrare», insiste don Moretti. I maschi, dopo il lavoro, si radunano sulle panchine di piazza Baracca. «Dentro il cantiere c’è integrazione, non è così all’esterno e la presenza sul territorio deve essere governata», chiede don Colombelli. «Altrimenti, qui, tra un po’ si sparano», avverte (forse esagera) don Moretti. Al crepuscolo, tutti, maschi, donne e bambini, spariscono dalla centralissima via Sestri, richiamati dall’ultima preghiera della sera. Gli uomini vanno in un vecchio magazzino di via Paglia diventato “moschea”, battezzato Centro Culturale “Al Modina”. E già. «Qui non si prega soltanto, ma si legge il Corano e si impara l’italiano», precisa il responsabile, Shahmid Amed. E smentisce, categoricamente, quelle che lui bolla come bugie: «I nostri bambini vanno a scuola, tutti abbiamo l’assistenza sanitaria, non è vero che le nostre mogli partoriscono in casa». E però l’accesso al Centro Culturale è consentito solo ai maschi. «Le donne pregano a casa – precisa Shahmid – in moschea non c’è posto per loro».