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Giuseppe Tornatore

Attori e registi realmente vissuti, personaggi di finzione: il libro «Il bar di Cinecittà», in uscita martedì 5 maggio (HarperCollins Italia), è un affresco del Novecento italiano. Già venduti i diritti in Spagna e Germania. Qui una lettura del regista Giuseppe Tornatore

Ci sono romanzi che, non appena letta l’ultima pagina, tornano nel buio della dimenticanza, e altri dai quali non vorresti separarti, perché ti restano dentro, vorresti non finissero mai, e ti raccontassero, sia pure solo nella filigrana delle pagine di guardia, il seguito, il dopo, l’infuturarsi dei personaggi. Il nuovo romanzo di Walter Veltroni Il bar di Cinecittà, fa parte di questa seconda categoria.

Non soltanto per l’arco di storia che ripercorre, dal 1937, anno di inaugurazione di Cinecittà, la mecca dell’arma più forte, come Benito Mussolini definì la cinematografia, sino ai primi anni Ottanta, sul set di Ballando ballando, il film di Ettore Scola girato negli stessi teatri di via Tuscolana fortemente voluti dal Duce, ma per l’approccio con cui Veltroni ci fa rivivere, in una vera e propria esperienza sensoriale, mezzo secolo di vita italiana. E ciò che solo per un momento potrebbe sembrare il pretesto per un’appassionata rievocazione dei primordi aurei del nostro cinema, è fin da principio sconfessato dall’ombra della guerra incombente che conferisce al romanzo un’angosciosa e sconfortante ombra di attualità. Forse anche per questa ragione l’affinato procedimento narrativo ordito da Veltroni ti impone sin da subito l’istinto di ignorare in quale piega cronologica di quel tempo tu sia nato. Perché la prima cosa che avverti leggendo è che ci sei stato sempre e ci sei ancora. Come il giovane protagonista Diotallevi Giovanni, classe 1921, assunto sin dal primo giorno di apertura della capitale del cinematografo con la qualifica di barista.