La Cina ragiona su orizzonti secolari, gli Stati Uniti su cicli elettorali sempre più instabili: questo squilibrio temporale ridisegna il senso stesso del negoziato, mentre il summit Trump-Xi rischia di produrre effetti solo di breve durata. L'analisi di Manlio Graziano tratta da Appunti

Nel 1972, il governo della Repubblica Popolare Cinese stabilì tacitamente che Taiwan sarebbe «tornata alla madrepatria» entro il 2049, cioè settantasette anni dopo: un esempio eloquente dei tempi della pianificazione politica dei dirigenti di Pechino.

È plausibile, invece, che il capo del governo americano abbia modificato la propria – mi si consenta l’ossimoro – «pianificazione» politica almeno due o tre volte durante il suo viaggio da Washington verso la capitale cinese, a seconda di chi gli si fosse seduto accanto.

Per i leader della Città Proibita, la preparazione del vertice tra Xi Jinping e Donald Trump deve essere stata un rompicapo in grado di mettere alla prova le loro più consumate abilità politiche e diplomatiche.

Per chiunque, «negoziare» (anche qui, le virgolette sono d’obbligo) con il padrone della Casa Bianca è un’esperienza tanto dura quanto futile.