Da tempo Leone XIV critica una società sempre più dominata da meccanismi digitali capaci di ridurre la persona a dato, profilo, consumo o prestazione. «Noi siamo un desiderio, non un algoritmo». Un tema che continua a ripetere con insistenza e che, con ogni probabilità, tornerà anche nella sua prima enciclica di imminente pubblicazione. Dietro la sua riflessione c'è una preoccupazione assai concreta: il linguaggio digitale può manipolare, isolare. E quando diventa tossico o invasivo, può produrre conseguenze devastanti soprattutto nei più giovani, specie se fragili e vulnerabili. Lo ha ricordato pure ieri mattina denunciando il rischio da parte dei social e delle piattaforme governate da algoritmi di diffondere «informazioni errate e pericolose» e di banalizzare persino fenomeni distruttivi come le dipendenze. Poi ha chiesto programmi di prevenzione, sostegno psicologico e percorsi di riabilitazione per chi cade nella spirale della dipendenza digitale.
Le parole del Pontefice si intrecciano con drammi concreti. In Italia, la madre della dodicenne ha deciso di citare in giudizio Meta e TikTok, accusando le piattaforme di non avere protetto la figlia dai contenuti e dai meccanismi tossici dei social.








