A ottant’anni dalla dimostrazione dell’alta fedeltà di Jack Mullin, ripercorriamo importanti capitoli della nascita degli impianti hi-fi e della ricerca tecnologica che ha permesso di riprodurre la musica con sempre maggior realismo

È «un po’ un museo, un po’ un’astronave, ma totalmente Hollywood»: così il compositore Lorne Balfe descrive lo studio che Hans Zimmer si è costruito a Santa Monica, con i suoi impianti avanzatissimi e le poltroncine comode per sentirsi completamente immersi nel suono. Zimmer sa bene che un buon impianto stereo fa emergere dettagli di un brano che altrimenti si perderebbero, riuscendo a rendere l’ascolto più vivo e coinvolgente.I migliori impianti hi-fi, ovvero per la riproduzione della musica ad alta fedeltà, puntano a ricreare l’illusione di un concerto dal vivo: chi ha un orecchio allenato può distinguere la posizione della batteria, quella del basso, della chitarra, percependo la profondità e la distanza a cui si trovano gli strumenti quasi come se si trovasse davanti a un palco reale.E, in qualche modo, questa illusione di realtà c’è stata fin dall’inizio. Esattamente 80 anni fa, Il 16 maggio del 1946, l'ingegnere elettronico Jack Mullin presentava a un gruppo di colleghi la sofisticata strumentazione audio che aveva approntato. Nelle dimostrazioni pubbliche che seguirono, molti ascoltatori non riuscivano a distinguere tra l’esibizione registrata e una trasmessa dal vivo: le due versioni venivano percepite come praticamente identiche.