Il sistema per ripartire tra gli atenei la quota premiale basata sulla valutazione di qualità della ricerca è complesso, ma finisce per rispecchiarne la dimensione. Occorre riconsiderare gli obiettivi, rendendo più trasparente tutto il meccanismo.
Come è distribuita la quota premiale
Nelle politiche pubbliche italiane ricorre uno schema caratteristico: la sostituzione di criteri allocativi “storici” con criteri “oggettivi” che, a conti fatti, producono distribuzioni delle risorse quasi identiche a quelle precedenti. Vale per il riparto dei trasferimenti perequativi agli enti locali, vale per i criteri di accreditamento sanitario e, come mostrano i dati appena pubblicati dall’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur), vale anche per la quota premiale del Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) delle università. Il meccanismo è sempre lo stesso: si costruisce un indicatore sufficientemente complesso da apparire oggettivo, ma le variabili che lo alimentano sono così correlate alla dimensione dell’istituzione da neutralizzare qualunque effetto redistributivo reale. Cambia la forma, non la sostanza.
Nel 2025 la quota premiale del Ffo rappresenta circa il 30 per cento dello stanziamento complessivo, al netto degli interventi specifici (27 per cento del totale). La parte assegnata in base alla valutazione della qualità della ricerca (Vqr) è distribuita attraverso l’Irfs, un indicatore composito costruito a partire dagli indicatori quali-quantitativi Iras. Il punto decisivo è che tali indici non misurano soltanto la qualità relativa degli atenei, ma incorporano anche la loro dimensione.






