Una class action contro Meta e TikTok per i danni provocati agli utenti minorenni. La scorsa settimana, per la precisione il 14 maggio, si è tenuta davanti al Tribunale delle Imprese di Milano la prima udienza del procedimento promosso dal Movimento italiano genitori (Moige), e da un gruppo di famiglie contro Meta e le sue piattaforme Facebook e Instagram e contro TikTok: si tratta della prima azione del genere in Europa a tutela dei minori nel settore digitale, dopo il recente caso di Los Angeles che ha visto una ragazza di 19 anni fare causa a Meta e altre piattaforme accusate di averle causato gravi disturbiNel corso dell’udienza, gli avvocati di Meta e TikTok hanno sollevato eccezioni preliminari sulla competenza e giurisdizione dei giudici italiani, e contestato i nuovi documenti depositati dai ricorrenti. Documenti che, secondo il Moige, dimostrerebbero che entrambe le società erano già consapevoli degli effetti dannosi dei propri algoritmi sui minori. I legali hanno replicato che la giurisdizione italiana è pienamente fondata e hanno chiesto al Collegio la massima celerità, sottolineando l'urgenza della tutela.Secondo i dati citati nel ricorso, circa 3,5 milioni di bambini italiani tra i 7 e i 13 anni utilizzano le piattaforme social in violazione del divieto europeo e nazionale che ne consente l'accesso solo a partire dai 14 anni. Includendo i genitori, sarebbero circa 10 milioni gli italiani coinvolti. Moige sostiene che le piattaforme non abbiano adottato sistemi efficaci di verifica dell'età, nonostante l'obbligo normativo.Le richieste della class action sono tre: che le piattaforme rispettino l'obbligo di verifica dell'età; che eliminino i sistemi progettati per creare dipendenza, come la manipolazione algoritmica e lo scroll infinito; che informino correttamente gli utenti sui rischi legati all'uso eccessivo, sul modello del foglietto illustrativo di un farmaco.“Non si vogliono mortificare le positività dei social”, ha precisato l'avvocato Stefano Commodo, coordinatore dello studio legale Ambrosio & Commodo di Torino, in una conferenza stampa organizzata pochi giorni prima dell’udienza “ma eliminare gli aspetti tecnologici e di marketing che li rendono dannosi per gli utenti più fragili, dato ormai pacifico in letteratura scientifica”. Proprio in quell’evento, era stato presentato il parere scientifico allegato al ricorso, firmato da psichiatri e neuroscienziati e coordinato dal professor Tonino Cantelmi, direttore della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia cognitivo-interpersonale. Il documento prende di petto le tesi difensive delle piattaforme. Il meccanismo centrale contestato è quello del rinforzo variabile: like, notifiche e messaggi arrivano in modo imprevedibile e intermittente, producendo un comportamento compulsivo di controllo delle app paragonabile a quello indotto dalle slot machine. Secondo il parere degli esperti, questo sistema è progettato deliberatamente per massimizzare l'engagement degli utenti.Il problema è accentuato dall'età dei soggetti coinvolti. Durante l'adolescenza, i circuiti dopaminergici – quelli della ricompensa, della motivazione, del piacere – sono ancora in fase di maturazione e particolarmente sensibili alle perturbazioni ambientali. La corteccia prefrontale, che governa il controllo degli impulsi, raggiunge la maturazione completa intorno ai 25 anni. Uno studio pubblicato su JAMA Pediatrics ha monitorato 169 adolescenti per tre anni, documentando come l'uso abituale di Facebook, Instagram e Snapchat sia associato ad alterazioni nelle regioni cerebrali legate alla ricompensa sociale, alla salienza affettiva e al controllo cognitivo.Il limite del controllo parentaleIl parere affronta anche la questione degli strumenti di controllo parentale, spesso invocati dalle piattaforme come misura sufficiente di tutela. Secondo gli esperti, questi strumenti possono incidere sulla durata dell'esposizione e bloccare contenuti esplicitamente vietati, ma non interferiscono con i meccanismi di rinforzo intermittente alla base della dipendenza, né con i contenuti implicitamente dannosi veicolati dagli algoritmi di raccomandazione. “I sistemi di raccomandazione amplificano e normalizzano ideologie dannose, aumentando l'esposizione degli utenti a contenuti radicali in dosi progressivamente maggiori”, si legge nel documento.Marina Terragni, Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza, ha sintetizzato la portata della questione: “Il tema dei minori e del digitale, in tutte le sue declinazioni, dovrebbe essere considerato in primissimo piano nell'agenda internazionale”.Il calendario e le idee in campoE adesso? Il calendario delle prossime udienze sarà comunicato dal tribunale nei prossimi giorni. Nel frattempo, seppur in ordine sparso, sul tema minori e social sta provando a organizzarsi anche la politica: in Parlamento risultano diverse proposte di legge distinte (oltre a emendamenti e testi collegati) tra cui uno dal Partito democratico (firmatari Antonio Nicita e Lorenzo Basso), che punta a regolare gli algoritmi, introdurre una verifica dell’età e rafforzare la protezione dei minori online, senza un divieto assoluto ma con pesanti limitazioni, uno da Noi Moderati, che propone il divieto assoluto di accesso ai social per minori di 13 anni e un regime protetto per chi ha tra 13 e 16 anni; una proposta della Lega che punta a vietare l’accesso ai social agli under 14; un disegno di legge originariamente firmato da Lavinia Mennuni (Fratelli d’Italia) che propone limiti e possibili sanzioni per i genitori in caso di mancato rispetto delle misure di tutela, ferma in commissione dal 2025.Da settimane si parla della possibilità di un intervento diretto del governo con una proposta che valuta di vietare o limitare l’accesso ai social ai minori fino a 15 anni, con norme su “parental control” e possibili sanzioni educative o amministrative.Dopo la pubblicazione di questo articolo, il governo ha spiegato di aver scelto di non presentare un proprio disegno di legge sul tema, e di lasciare al Parlamento l'iniziativa normativa.Aggiornato alle 21:15 di venerdì 15 maggio 2026
Dopo il caso di Los Angeles che ha fatto scuola, è italiana la prima class action europea contro Meta e TikTok per la tutela dei minori
A Milano è iniziato il procedimento promosso dal Moige che contesta gli effetti dei social considerati dannosi sui ragazze e ragazzi











