La biologia marina è il lavoro più bello del mondo. Non sono obiettivo, visto che è il mio mestiere. Se fossi stato ricco penso che avrei fatto la vita che ho fatto, essendo persino pagato per farla. Non è un caso che persone che non avevano bisogno di lavorare, tipo l’Imperatore del Giappone Hirohito, o il Principe Alberto I di Monaco, avessero la passione per la biologia marina.

Un tempo i biologi marini lavoravano da imbarcazioni, o dalla costa. Poi, a partire dagli anni 50, hanno iniziato ad utilizzare l’immersione subacquea per entrare direttamente in contatto con l’oggetto dei loro studi. Ho conosciuto i pionieri, alcuni almeno, come Hans Hass e Rupert Riedl, e ho visto l’evoluzione dell’immersione scientifica. Riedl, negli anni 50, capitanò la Thyrrenia Expedition, per l’esplorazione delle grotte marine del Golfo di Napoli. Le grotte marine non si possono studiare dalla barca. Bisogna entrare nelle grotte, e il Golfo di Napoli ne è ricchissimo. Ho lavorato anche io, vent’anni dopo, in quelle grotte, e quelle immersioni sono state tra le più emozionanti che ho fatto. Fare immersioni non è come stare in un laboratorio. Si corrono dei rischi.

Ieri mi telefonano e mi dicono che Monica e sua figlia sono morte alle Maldive, assieme a due altri ricercatori dell’Università di Genova, e all’istruttore che li accompagnava, durante un’immersione in grotta a 50 m di profondità. Pare che la grotta si sviluppasse per altri 60 m. Le ipotesi sulla dinamica della tragedia sono molte. Le autopsie spero chiariranno, inutile avanzare ipotesi. Monica Montefalcone, sua figlia Giorgia Sommacal e la collega Muriel Oddenino, anche lei biologa marina, erano con Federico Gualtieri, da poco laureato in biologia marina, lavoravano all’Università di Genova, dove ho studiato e lavorato anche io, e li accompagnava un istruttore subacqueo, Gianluca Benedetti.