Per un anno Zlatan Ibrahimovic è stato volto e voce del Milan. Parlava tanto, perfino troppo, e ci si domandava a che titolo, visto che non risultava dipendente del club bensì consigliere di Red Bird, fondo proprietario del Milan. Poi è sparito dietro le quinte. Da frontman a regista occulto. Dall’onnipresenza all’invisibilità. Niente più apparizioni ufficiali e dichiarazioni ai microfoni, come aveva richiesto Furlani, l’ad del Milan? Allora molte più trame nell’ombra. Volevano ridimensionarlo e lui ha capito come beneficiare del suo strano ruolo: avrebbe avuto tempo e modo di muovere i fili più importanti nei momenti decisivi. Tipo questo. Ibrahimovic, in silenzio, sta spingendo fuori dal Milan contemporaneamente tutti gli altri, tranne Moncada che è dalla sua parte ma ha un ruolo minore, non essendo più direttore sportivo.
Ecco, Tare è più fuori che dentro il Milan del prossimo anno per impossibilità di lavorare. Il ds, assunto la scorsa estate da Furlani come seconda scelta dopo il dietrofront con Paratici, vuole conservare la propria dignità professionale e, di fatto, si chiama fuori, suggerendo che lavorare nel Milan è impossibile. D’altronde, se l’ad a gennaio ti dice che non ci sono soldi per acquistare i rinforzi chiesti dall’allenatore, ma poi magicamente trova 30 milioni per Mateta a tua insaputa, qualche domanda te la fai. E ti dai anche una risposta. Allegri ha un ruolo diverso e, in caso di Champions, avrebbe altri due anni di contratto e nessuna intenzione di dimettersi per la Nazionale.







