Nella scuola italiana il passaggio al libro digitale è un processo in corso. Non c’è un decreto che lo imponga né tantomeno è il frutto di una scelta pedagogica condivisa, ma sempre più spesso un’imposizione indotta da una necessità contabile. Da anni collegi docenti e consigli di classe sono costretti a rispettare tetti di spesa per le adozioni, fissati però senza tenere minimamente conto dell’aumento reale dei prezzi editoriali e dell’inflazione generale. Il risultato è una tensione costante: rientrare nei limiti imposti senza impoverire l’offerta didattica.

In questo contesto il digitale si presenta spesso come unica soluzione. Le versioni immateriali dei manuali costano meno e consentono di rispettare più facilmente i vincoli ministeriali. Il passaggio al digitale non assume le caratteristiche di un’imposizione diretta, ma di un’imposizione di fatto. Così, lentamente ma in modo sistematico, il baricentro si sposta dalla carta allo schermo.

Ma qui emerge un primo paradosso. Il libro digitale viene spesso presentato come più economico, ma il risparmio è in gran parte apparente. A differenza del cartaceo, il libro immateriale non è rivendibile, non circola nel mercato dell’usato e non può essere tramandato tra fratelli e sorelle.