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Il vero motore della comunicazione social del presidente Usa sarebbe la sua assistente Natalie Harp già nota per il suo soprannome: “la stampante umana”
Immaginare un Donald Trump senza accesso ai social è impossibile (non che non ci abbiano già provato). Sin dalla sua candidatura alle elezioni del 2016 la comunicazione politica del tycoon è passata attraverso Twitter (prima che cambiasse nome e proprietà) e poi Truth diffondendo e amplificando a dismisura nella “Magasfera” messaggi e meme. Poco importa che tale strumento nato, sulla carta, per creare connessioni venga usato sempre più dal capo della Casa Bianca per dividere, dall’attacco al Papa alle minacce contro i Paesi Nato, o per rendere note anticipazioni, non del tutto affidabili, sull’andamento di trattative diplomatiche (vedi alla voce Iran), che un tempo sarebbero state cautamente maneggiate tra alti funzionari del 1600 di Pennsylvania Avenue e di Foggy Bottom.
Con Trump al potere, la democrazia Usa, o almeno il suo potere esecutivo, è una casa di vetro - sebbene i critici contestino una certa opacità degli accordi e progetti approvati da Potus - e gli americani, ma non solo, possono sapere in tempo reale cosa passa per la testa del loro commander in chief. Non che sia però facile stare dietro al diluvio di post che The Donald pubblica sul suo social Truth. Soprattutto quando sul Potomac cala la sera. Ad analizzare l’incontinenza dei cinguettii del presidente americano ci ha pensato il Wall Street Journal, che ha conteggiato, dal ritorno di Trump a Washington, ben 44 nottate, tra le 20:00 e le 06:00, nel corso delle quali il tycoon ha postato decine di messaggi dai contenuti più disparati.






