Il caso della MV Hondius ha riportato l’hantavirus fuori dal perimetro degli archivi scientifici e dentro una domanda molto concreta: quanto sappiamo davvero di questi patogeni poco frequenti, ma potenzialmente letali? A renderlo un campanello d’allarme non è soltanto la pericolosità del virus, ma il luogo in cui è emerso: uno spazio chiuso, in movimento, attraversato da persone destinate poi a rientrare in Paesi diversi. Da qui nasce la domanda più urgente: esiste oggi un vaccino capace di proteggerci dall’hantavirus? E quanto è vicina la ricerca a trasformare antivirali, anticorpi e candidati vaccinali in strumenti davvero disponibili?
Gli hantavirus sono una famiglia di virus a RNA, cioè virus che usano l’RNA come materiale genetico invece del DNA: in questa categoria rientrano molti virus noti, tra cui Coronavirus, l’influenza, HIV, Ebola, morbillo, poliovirus e appunto anche gli hantavirus. Questo non autorizza a paragoni azzardati con i virus che già conosciamo: a differenza del Covid-19, ad esempio, gli hantavirus non si trasmettono da persona a persona ma sono legati soprattutto al contatto con roditori infetti o ambienti contaminati. Essere dei virus a RNA inoltre non significa avere la stessa contagiosità, modalità di trasmissione e rischio pandemico. Non tutti gli hantavirus, poi, si comportano allo stesso modo. Gli studi sul tema parlano di hantavirus diffusi soprattutto in Europa e Asia, associati più spesso a sindromi emorragiche con interessamento renale; quelli presenti nelle Americhe possono invece provocare forme respiratorie severe, con difficoltà respiratoria acuta e un’evoluzione talvolta molto rapida. Il virus Andes, collegato al caso della MV Hondius, appartiene a questo secondo gruppo ed è considerato l’unico hantavirus per cui è documentata anche la trasmissione tra esseri umani, soprattutto in condizioni di contatto stretto.











