Mentre i 175 attivisti e attiviste della Global Sumud Flotilla scendevano dalle passerelle del molo di Atherinolakkos lo scorso 30 aprile, scortati dalla polizia ellenica, il porto industriale sulla costa sud-orientale di Creta smetteva di essere solo uno snodo energetico per trasformarsi nel simbolo di una sovranità di fatto condivisa. "L'operazione" si è conclusa lì, tra le banchine che servono la centrale elettrica locale, ma il suo inizio racconta una storia diversa: un arrembaggio militare straniero compiuto a poche decine di miglia dalle coste greche, nel silenzio operativo delle autorità di Atene. L'intercettazione della Flotilla, partita per sfidare l'assedio illegale di Gaza con aiuti umanitari, è avvenuta a circa 600 miglia nautiche da Gaza. Tecnicamente si tratta di acque internazionali, ma politicamente siamo nel cuore del raggio d'azione di uno Stato membro dell'Unione Europea. Secondo la nostra ultima inchiesta le autorità greche non sono state spettatrici distratte, ma attori non protagonisti di un copione scritto a Tel Aviv.

Per spiegare come una democrazia occidentale possa integrare la propria catena di comando con quella di un esercito straniero a ridosso delle proprie acque territoriali, non basta guardare alla cronaca degli ultimi giorni, bisogna riavvolgere il nastro di oltre quindici anni e seguire i fili di una metamorfosi che ha spostato l'asse della Grecia dal sostegno storico alla causa palestinese alla funzione di avamposto strategico d'Israele nel Mediterraneo.