Il braccio di ferro tra Washington e Teheran è arrivato al punto di rottura, e il cuore della contesa ha un nome preciso: energia nucleare. Da una parte i "14 punti" di Donald Trump, che pretendono una moratoria ventennale sull'arricchimento dell'uranio e serrate ispezioni ONU; dall'altra un regime che non ha alcuna intenzione di accettare quello che considera di matto un diktat coloniale. Per l'Iran, infatti, il programma nucleare non è solo una questione tecnica, ma il simbolo della propria autonomia strategica in Medio Oriente, e cedere alle pretese della Casa Bianca significherebbe ammettere la sconfitta politica e mettere a rischio la sopravvivenza stessa della Repubblica Islamica.
In questo vicolo cieco, Teheran gioca la carta del tempo: una leva potente contro un Trump che ha invece l'ossessione di chiudere la partita in fretta in vista delle elezioni di midterm. Abbiamo analizzato quello che sta accadendo, a partire della ragioni che hanno portato i negoziati a uno stallo, con Francesco Anghelone (OSMED), per capire perché il compromesso sull'uranio sembra oggi un miraggio e quali sono le reali "linee rosse" dei due contendenti.
Professore, partiamo dallo stato dell’arte. Ancora una volta i negoziati tra Washington e Teheran sono finiti in un vicolo cieco. Su cosa si sono arenati esattamente i colloqui?









