di
Claudio Arrigoni
Il campione paralimpico Riccardo Cardani: l’incidente al braccio a 17 anni, il buio e la rinascita tra palestre e piscina. La passione per la musica, la cresta e i tatuaggi: «Voglio uscire dalla massa»
Musica e sport. Non sono solo due parole legate al divertimento, per Riky: «Sono state la mia salvezza, una luce nei momenti di buio». E poi ce n’è un’altra: libertà. «Ho capito quanto sia importante». Anche nei gesti più semplici, come camminare o muoversi senza dolore. Tutto parte da quella data: 4 luglio 2009. Ha da poco compiuto 17 anni. Un incidente stradale: «Lesione del plesso brachiale, ho perso l’uso del braccio destro e passato mesi di immobilità. Non potevo fare nulla, fu tremendo». Poi i dolori: «Molto forti. Non mi alzavo dal letto. Trovavo conforto nell’acqua, nuotando».
ProtagonistaRiccardo «Riky» Cardani ha iniziato così l’avventura nello sport paralimpico che lo ha portato a vincere titoli nel nuoto e competere in due edizioni delle Paralimpiadi: nello snowboard è stato uno dei protagonisti azzurri, a Pechino prima e Milano Cortina poi, pur in un evento segnato da infortuni anche gravi. «Lo sport mi ha praticamente salvato la vita. Se non ci fosse stato, non so cosa avrei fatto». Prima dell’incidente era il calcio: «Mi piaceva, tanti amici». Poi la ripartenza è stata lenta, anche faticosa. L’acqua gli offre il primo spiraglio. A una festa dello sport paralimpico a Milano incontra il gruppo che ha fatto la storia della Nazionale più forte del mondo: Federico Morlacchi, ispirazione già allora, un giovane Simone Barlaam, Alberto Amodeo, Giulia Ghiretti. «Mi hanno aperto gli occhi. Vedendo loro ho pensato: voglio andare alle Paralimpiadi». Lo farà, ma in un altro sport. Il nuoto intanto, da forma di riabilitazione fisica e mentale, diventa qualcosa di più. Quella che inizia come terapia si trasforma presto in un percorso agonistico: in pochi anni arrivano titoli italiani e un bottino importante di medaglie. Eppure, qualcosa manca.






