Il governo sembra orientato a procedere, senza indugi, nel ritorno al nucleare. Giorgia Meloni, ieri al Senato, ha confermato che entro l’estate verrà presentata una legge delega in materia. È una scelta non solo necessaria, ma anche politicamente coraggiosa (non mancano le contrarietà anche all’interno della maggioranza) che dovrebbe spingere le forze politiche a uscire da un tasso di ambiguità non più tollerabile, specialmente quando si tratta di grandi programmi infrastrutturali realizzabili oltre la durata di una legislatura.
Un ipotetico campo largo alle elezioni politiche del 2027 sarà a favore o contrario? La transizione energetica, ammesso che la si voglia veramente fare, non può prescindere dal nucleare e deve trovare le più ampie convergenze possibili. Un cammino che non si può interrompere o deviare a ogni cambio di governo. Quando ci confrontiamo, lamentando il divario nel costo delle bollette, tra Italia e Spagna, ci dimentichiamo spesso che loro una produzione nucleare ce l’hanno. Non è solo una questione di maggiori investimenti nelle rinnovabili (in Italia frenati soprattutto in Sardegna, Emilia e Toscana, regioni di centrosinistra) e di minore dipendenza dal gas che pesa sulla determinazione del prezzo marginale. E se fossimo coerenti con i risultati delle consultazioni referendarie in materia (in particolare quella del 1987) non acquisteremmo dall’estero energia prodotta con il nucleare soprattutto dalla Francia. L’importazione non salva la coscienza antinucleare.









