La Taranto ferita sarà riunita in un presidio. In piazza Fontana oggi pomeriggio sono attesi in centinaia per rifiutare la violenza impressa con il sangue di Bakari Sako, il bracciante maliano ucciso senza motivo da un branco di ragazzini — quattro minorenni — all’alba di sabato mentre andava a lavoro.

E lo slogan “Taranto non restare in silenzio” è quanto di più aderente al clima diffuso nei giorni successivi all’omicidio. Ma con una nota dissonante rispetto a quanto era lecito immaginare: ossia un coro unanime di no, una voce unica contro la violenza immotivata. E invece, nelle ore in cui si scoperchiavano i particolari raccapriccianti dell’inchiesta c’è stata una levata di scudi di una parte della città compiacente rispetto all’azione del branco.

Sono perlopiù giovanissimi residenti nella città vecchia, che hanno condiviso su TikTok l’immagine dei compagni arrestati, augurandosi, nel gergo di certi ambienti malavitosi, "una presta libertà”. La città ferita è dunque anche divisa. E sebbene le fazioni non siano alla pari — l’indignazione per l’accaduto vanta uno schieramento molto più consistente — la linea di faglia esiste.

Come testimoniano anche alcuni commenti dei familiari dei giovani indagati. Uno su tutti: «I miei figli li ho cresciuti da sola con tanti sacrifici e ho insegnato valori e dignità, purtroppo gli errori si possono fare, siamo tutti peccatori, ma noi gli errori li paghiamo sempre a testa alta».