Le polemiche seguite all’arresto a Milano, alla fine della settimana scorsa, di un cittadino senegalese, Diala Kante, dopo un controllo effettuato dalla polizia nel ristorante etnico “Baobab” da lui frequentato, si inseriscono in un contesto di lungo corso. All’inizio, Sessantotto o giù di lì, c’erano i libri rubati in libreria o in biblioteca. La sinistra, non solo quella extraparlamentare, lo considerava un atto lecito, non punibile. La cultura deve essere di massa e quindi ben venga questa forma di “esproprio proletario”, anche se illegale. Poi l’area dell’illegalità tollerata, sostenuta, promossa, si è allargata come una macchia d’olio. Ovviamente, se a praticarla sono gli amici e gli amici degli amici, oppure gli appartenenti a certe categorie “protette” perché ritenute deboli e discriminate, non importa se nel passato o nel presente.

Le leggi sono uguali per tutti, ma qualcuno è più uguale degli altri e può infrangerle. Chi le vuole invece far rispettare comunque, ad esempio le forze dell’ordine, è naturalmente un “fascista”. E in più “razzista” se l’imputato è uno immigrato. Si è così man mano accettato che i centri sociali potessero occupare case e locali, in barba al sacro principio del rispetto della proprietà privata, in una sorta di “zona franca” e eslege che sorge al centro delle città. O che i manifestanti per ognuna delle “buone cause” accreditate dalle centrali del consenso di sinistra potessero tranquillamente aggredire i poliziotti e mandarli all’ospedale, sfasciare auto e negozi, imbrattare monumenti, senza pagare pegno.