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14 Maggio 2026
Ultimo aggiornamento: 8:08
“Quando una persona vive oppressa e disprezzata, si rafforzano risentimento e rancore. Così il carcere diventa davvero l’università del crimine”. Javier Vidargas questa convinzione l’ha maturata nel Centro di reinserimento sociale di Hermosillo, nello stato messicano di Sonora: uno dei più grandi e sovraffollati penitenziari del Paese, che descrive come “uno dei più violenti del mondo”. Rivolte, morti, feriti quotidiani, un direttore ammazzato. In quel contesto, dal 2004, coordina un progetto di mediazione tra pari: detenuti formati per fermare risse, separare le parti e portarle al confronto prima che il conflitto diventi sangue.
Laureato in filosofia, Vidargas ha lavorato su sviluppo umano, conflitto e negoziazione, prima in ambito aziendale e ora in carcere. Lo incontriamo a Genova, a margine del seminario nazionale Spark, organizzato dall’associazione San Marcellino. All’iniziativa hanno preso parte anche operatori del carcere femminile di Milano-Bollate, dove dal 2015 è attiva una mediazione comunitaria tra pari ispirata al modello di Hermosillo. “Nelle aziende ho scoperto che chi dirige passa più del 60% del suo tempo a risolvere conflitti. Poi mi hanno chiesto di tenere un corso in carcere. Io non lo conoscevo affatto. Non ci sono entrato con uno sguardo criminologico, ma umano. Vedevo persone con storie difficili, dolorose, a volte di orrore. E mi sono dato una condizione: meritavano rispetto”.







