Alex Bores ha trentacinque anni, la barba ordinata e un armadio pieno di completi blu. L’aria da tecnocrate educato richiama un passato non lontano, quando l’ecosistema liberal-tech fioriva sotto l’amministrazione Obama. Oggi è costretto a sporcarsi le mani e farsi nemici molto potenti nella Silicon Valley. Alcuni dei più ricchi finanziatori delle Big Tech lo hanno preso di mira perché, tra i politici grandi e piccoli degli Stati Uniti, è uno dei volti più in vista in quella frangia che vorrebbe regolamentare l’intelligenza artificiale.

Il punto è che Bores non è un luddista, né un populista anti-innovazione. È solo un deputato all’Assemblea dello Stato di New York e candidato alle primarie democratiche per il seggio al Congresso nel dodicesimo distretto di Manhattan. Forse uno dei pochi in che capiscono davvero come funzionano i sistemi di intelligenza artificiale: ha studiato computer science, ha lavorato per Palantir, ha sviluppato software per agenzie federali, ha parlato per anni di efficienza amministrativa, infrastrutture digitali e capacità dello Stato. Perfino la sua idea di politica nasce dentro un immaginario quasi socialdemocratico-tecnocratico: usare la tecnologia per far funzionare meglio la democrazia. Quindi capisce il potenziale, nel bene e nel male, delle nuove tecnologie. Usa quotidianamente modelli linguistici e ha già scritto diverse proposte tecniche sulla governance dell’intelligenza artificiale.