La vicenda del Politecnico di Torino e della lettera firmata da un gruppo di docenti contro l’estensione delle collaborazioni in ambito militare riapre una domanda che l’Europa ha a lungo evitato: chi decide dove finisce la ricerca civile e dove inizia la sicurezza nazionale?
La lettera, come racconta La Stampa, non si limita a esprimere perplessità accademiche. Chiede un passo indietro dell’ateneo rispetto a progetti riconducibili alla difesa, invocando una distinzione netta tra università e settore militare. Per i firmatari, il rischio è quello di una progressiva normalizzazione della ricerca bellica dentro istituzioni nate con una vocazione civile. Ma nell’Europa di oggi una posizione del genere sarebbe davvero neutrale, o piuttosto politicamente sbilanciata? In questo secondo filone interpretativo, la lettera non coglierebbe il nuovo contesto strategico europeo, segnato da guerra in Ucraina, competizione tecnologica e minacce ibride.
Il punto centrale del dissenso non è la presenza della ricerca militare in sé, ma la sua definizione. Oggi gran parte delle tecnologie critiche – dall’intelligenza artificiale alla cybersecurity, fino ai sistemi di protezione delle infrastrutture – sono intrinsecamente dual use. Non esiste più una separazione chiara tra ciò che è civile e ciò che è difensivo.








