Ci era stato spiegato che a capire poco di Russia in generale e delle intenzioni del leader Vladimir Putin sull’Ucraina in particolare, in quel dell’ambasciata italiana a Mosca, poco prima dell’invasione, era una persona in particolare: l’addetto militare, quel generale Roberto Vannacci, che prima di allora non era mai stato né addetto militare né di stanza in Russia, diventato poi politico, numero due nella Lega di Matteo Salvini e oggi leader di Futuro nazionale.
Vannacci, prima che i carri armati di Putin varcassero i confini ucraini, si diceva convinto che non ci sarebbe stato «un conflitto di vaste proporzioni». E quando, pochi giorni dopo, Putin annunciò la sua «operazione militare speciale», sceglieva «un’espressione colorita: i russi entrano in Ucraina “come un coltello nel burro”», prevedendo che «in un paio di settimane» avrebbero raggiunto Kyjiv e «ottenuto la capitolazione» del presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
A raccontarlo è stata, nel suo libro “La pace difficile. Diari di un ambasciatore a Mosca” (Mario Pagliai Editore) pubblicato l’anno scorso, Giorgio Starace, che al tempo era l’ambasciatore italiano a Mosca. Uno che ha un fratello, Francesco, che nello stesso periodo era amministratore delegato di Enel, azienda energetica di cui lo Stato italiano è ancora principale azionista e che aveva diversi affari proprio in Russia, tanto da aver deciso di cedere i suoi asset a Gazprom e Lukoil pochi mesi dopo l’invasione dell’Ucraina grazie a una deroga, concessa da Putin in persona, a un decreto presidenziale che vietava qualunque cessione di asset russi da parte di società estere.








