Aveva undici anni, Meloni, quando il suo futuro mentore, Fabio Rampelli, guidò insieme a Gianni Alemanno la protesta del Fronte della Gioventù contro George H.W. Bush, in visita a Nettuno per onorare i luoghi dello sbarco alleato del 1944 e visitare il cimitero americano. Era il 29 maggio del 1989, il corteo presidenziale che procede nel tripudio generale per le strade della città, e un manipolo di giovani camerati che “gandhianamente”, come ricorda Rampelli, si sdraiano sull’asfalto per bloccare tutto. Vengono subito allontanati, qualcuno a spintoni, qualcuno a manganellate: Rampelli finisce ricoverato con un occhio tumefatto e il timore di perdere la vista. Contestavano il mancato omaggio di Bush ai morti dell’altra fazione, quella dell’esercito fascista, “eroi come gli altri a stelle e strisce,” insiste Rampelli: ma alla base c’era un’insofferenza verso l’asservimento italiano agli Stati Uniti che nella destra radicale covava da decenni. Nel 2001 la stessa Meloni, quando di anni ne avrà quasi venticinque, da dirigente nazionale dell’organizzazione giovanile di destra, di fronte allo scempio di Genova, irriderà i manifestanti “di sinistra” che “sfasciano le vetrine con le scarpe della Nike ai piedi”, ma pure mostrerà una certa sintonia con alcune istanze “no global” – ovviamente virate a destra, nella misura in cui “il globalismo e il cosmopolitismo hanno, come obiettivi, l’annullamento delle identità, lo smantellamento dello Stato nazionale, la costituzione di un unico ordine mondiale”. Farà distinzione tra la globalizzazione, come dato di realtà ormai acquisito, e il globalismo come dinamica da combattere, e ammetterà che sì, la “tendenza critica” di tanti adolescenti di destra contro gli Stati Uniti è appunto un riflesso di questa omologazione culturale. Tra gli entusiasti della globalizzazione e i fanatici no global, la leader di Azioni Giovani predica allora una “terza via” che consiste nella costruzione del “borgo globale”: l’esaltazione delle radici in una prospettiva postmoderna, qualunque cosa voglia dire. Sta di fatto che quando, da presidente del Consiglio, accoglierà a Borgo Egnazia i capi di Stato e di governo più potenti dell’Occidente nel G7 pugliese, nel giugno del 2024, rivendicherà di nuovo che “sì, volevo un borgo globale: un borgo, quindi la tradizione, nel quale i leader del mondo potessero discutere di questioni globali” (e pazienza se quell’autenticità italica verrà ricreata in un resort di lusso che replicava, come una meravigliosa scenografia di cartapesta, le ambientazioni di un vero paesino pugliese, ma tutto lindo e tirato a lucido, con tanto di vecchie massaie acconciate per l’occasione con dismessi abiti d’epoca per annodare mozzarelle o intrecciare collane con noccioli d’ulivo: la purezza della tradizione ridotta a stereotipo e riprodotta in serie, macchiettizzata, tipo White Lotus, che è poi, quella sì, uno dei portati della globalizzazione made in USA).
Nel borgo globale | Da Bush contestato a Trump venerato, la parabola americana di Meloni - Linkiesta.it
In “La marcia sul posto. Il paradosso di Giorgia Meloni”, Valerio Valentini racconta la premier, attraverso i luoghi di Roma che le sono più cari, e i suoi tre anni e mezzo di governo







