È difficile ricordare un momento in cui gli Stati Uniti abbiano subito una sconfitta totale in un conflitto: una battuta d’arresto tanto decisiva da non poter essere né riparata né ignorata sul piano strategico. Le perdite catastrofiche subite a Pearl Harbor, nelle Filippine e nell’intero Pacifico occidentale nei primi mesi della Seconda guerra mondiale alla fine furono ribaltate. Le sconfitte in Vietnam e Afghanistan furono costose, ma non compromisero in modo duraturo la posizione complessiva dell’America nel mondo, perché quei teatri erano periferici rispetto al cuore della competizione globale. Anche il fallimento iniziale in Iraq venne in parte corretto da un cambio di strategia che finì per lasciare il paese relativamente stabile, non minaccioso per i vicini, e mantenne gli Stati Uniti forza dominante nella regione.
Una sconfitta nell’attuale confronto con l’Iran avrebbe invece natura completamente diversa. Non potrebbe essere né aggiustata né ignorata. Non ci sarebbe ritorno allo status quo ante né un successivo trionfo americano capace di annullare o compensare il danno subito. Lo Stretto di Hormuz non tornerebbe a essere “aperto” come un tempo. Controllando lo stretto, l’Iran emergerebbe come attore chiave della regione e come uno dei principali attori globali. Il ruolo di Cina e Russia – alleate di Teheran – ne uscirebbe rafforzato; quello degli Stati Uniti, drasticamente ridimensionato.







