Piovono articoli e polemiche sulla Biennale di Venezia 2026. Pochissimi parlano del valore estetico esibito. Perlopiù, la discussione insiste sul rapporto tra arte e politica. Oggetto specifico del contendere è stata la presenza della Russia nei padiglioni della Biennale. Ora, che ci sia un rapporto per così dire in sé tra arte e politica è indiscutibile. Come ha scritto su questo giornale Aldo Cazzullo, è evidente che l’arte non è e non può essere «innocente» dal punto di vista politico. Questo aspetto della vicenda è però chiaro da molto tempo. Che la conoscenza non è indipendente dal contesto da cui trae origine, ci è stato abbondantemente mostrato da una stagione culturale che in senso lato possiamo chiamare postmoderna. Abbiamo così appreso che la conoscenza è sempre contaminata e influenzata da una forma di vita, e quindi dalla politica. E l’arte è conoscenza, sia pure non teoretica in senso pieno. Ciò si può dare oramai per scontato, ma di certo non esime dal guardare al contenuto estetico di un progetto artistico.

E se lo facciamo, la Biennale 2026 mostra due problemi principali. Il primo è frutto di una scelta volontaria, e riguarda lo spirito di tutta la manifestazione. Girando tra Arsenale e Giardini, si ha la sensazione di attraversare uno spazio post-coloniale ideato allo scopo di rieducare occidentali pentiti. Spazio questo in cui il valore estetico spesso cede il passo alla volontà pedagogica. Non si vedono, insomma, dei Gauguin autoctoni, che ci convincano della proposta curatoriale.