L'acqua è essenziale per la vita. Anzi, è vita. È stata definita oro blu e la corsa ad accaparrarsela, come successo per oro e petrolio, è in grado di innescare i peggiori istinti. Dell'acqua ci accorgiamo solo quando manca. Ma le Nazioni Unite hanno da poco dichiarato che il mondo è in bancarotta idrica: ovvero, se un tempo uno shock seguiva un recupero, oggi in alcune aree non è più realistico pensare che le riserve idriche potranno tornare in salute.Non solo. Dagli anni Settanta si ripete che la prossima guerra mondiale sarà per l’acqua; e il Pacific Institute, un think tank statunitense, ha già contato 2.757 conflitti, dall’antichità al giorno d’oggi, in cui l'acqua è stata protagonista suo malgrado. Ma perché non ragionare da un altro punto di vista? La scarsità può rappresentare un’opportunità per costruire forme di cooperazione dove tutto farebbe pensare a un conflitto?Nessuna definizioneLa chiave di volta del ragionamento, spiega in un colloquio con Wired Italia Tobias von Lossow del Clingendael Institute de L’Aja, nei Paesi Bassi, è che associare sistematicamente il monossido di di idrogeno – questo il nome chimico dell'acqua – al campo semantico del conflitto non rende giustizia alla realtà. Né aiuta a migliorarla. Eppure è possibile, ed è già successo.Non esiste una definizione formale di water conflict, afferma von Lossow. A scorrere la cronologia del Pacific Institute è chiaro cosa intende il ricercatore: l’acqua può essere scintilla, minaccia, persino arma, tra le tante cose.Il primo conflitto di cui si ha notizia risale al 2500 avanti Cristo, al tempo dei Sumeri, ed ebbe luogo tra le città-stato di Umma e Lagash: durò un secolo. Motivo del contendere, le terre irrigate.Il lungo elenco riporta un campionario vasto quanto crudele: come la tattica utilizzata dal generale cinese Cao Cao, che nel 199 a.C. ottenne la resa di Xiapi (la moderna Pizhou) deviando i fiumi Yi e Si, e provocando così un’inondazione.La lista si fa più densa man mano che la tecnologia consente all'essere umano margini di manovra e di cinismo più ampi, fino a farsi fittissima in tempi recenti. Compaiono, così, gli attacchi alle dighe sovietiche da parte dei soldati tedeschi nella Seconda guerra mondiale, ma anche quelli russi agli invasi ucraini nel corso dell'aggressione cominciata nel 2022 e quelli israeliani alle infrastrutture idriche palestinesi. C'è spazio anche per storie poco note, come quella delle sanzioni statunitensi che, nel decennio tra il 1991 e il 2001, hanno impedito deliberatamente gli interventi necessari a riparare il sistema idrico iracheno.Con queste premesse, “muoversi dall’idea di conflitto a quella di cooperazione sull’acqua suona sempre un po’ ingenuo", ammette von Lossow. "Ma l’acqua ha le sue logiche e caratteristiche particolari che la rendono differente dal resto”. Quali? “È fluida. È pesante. È necessaria alla vita. Vale poco in termini monetari e il suo prezzo non va su e giù come quello delle risorse minerarie; si tratta, in poche parole, di una risorsa naturale governata da logiche proprie. Il fatto che non esiste un mercato globale dell’acqua si deve a un motivo molto semplice: i politici non possono sceglierne se farne a meno come sarebbe possibile se finisse il petrolio. E proprio per queste ragioni i negoziati sull'acqua sono differenti”.Sono oltre 260 i bacini fluviali condivisi tra due o più stati del Pianeta. La geografia è centrale e in certi casi rappresenta una condanna: “Nella gran parte dei conflitti per l’acqua c’è un paese a monte e uno a valle”, prosegue l'esperto tedesco. “Prendiamo il caso dell'Asia: due terzi dell’acqua a disposizione pone le radici in Cina, che è il paese a monte. Ma uno Stato come il Vietnam non può attaccare militarmente Pechino. Può forse prendere di mira le infrastrutture come le dighe, ma si tratta di costruzioni massicce difficili da distruggere. Senza contare che negoziare per l'acqua dopo aver distrutto una diga è difficile”. Se ne deduce, è la conclusione, che è meglio collaborare. E, considerato che trasportare l'acqua costa troppo in relazione al volume, bisogna farlo proprio con i vicini. Che piacciano o meno.Il caso di India e PakistanLa storia viene in soccorso quando si tratta di cercare ispirazione. Non mancano, spiega l'esperto, casi eclatanti che mostrano che sia meglio collaborare, anche controvoglia. Nel 1960 India e Pakistan firmarono il Trattato delle acque dell'Indo. L'accordo si rese necessario allorché nel 1948, a pochi mesi dall'indipendenza dal Regno Unito e dalla partition che segnò la separazione dal Pakistan musulmano, Nuova Delhi bloccò le acque del fiume che origina in Tibet (cioè in Cina). La questione delle acque non era stata regolata ai tempi dell'indipendenza, e questi fatti in diplomazia si pagano. Il conto arrivò presto.Per qualche mese, tra la fine del 1947 e il marzo del 1948, rimase in vigore un accordo provvisorio trimestrale firmato tra ingegneri dell'East Punjab (India) e West Punjab (Pakistan). Ma allo scadere dei 90 giorni previsti, le autorità dell'East Punjab non rinnovarono il patto. “In questa situazione”, scrivono i giuristi Salman Salman e Kishor Uprety, “un'opzione per il Pakistan era la guerra, ed erano molti a chiederla, ma sarebbe stato un errore per il paese […]”, che, invece, “optò per il negoziato e spedì una delegazione a Delhi”. Seguirono anni di trattative, che cominciarono a sbloccarsi quando, su impulso della Banca Mondiale, si fece una netta distinzione tra gli aspetti “funzionali” e “politici” della disputa sul bacino dell'Indo. Il suggerimento era quello di non pensare al passato, ai diritti che si pensava di avere, ma al futuro. L'intesa siglata dopo negoziati durati dodici anni prevedeva che all'India fosse garantito il controllo dei fiumi orientali del bacino dell'Indo, mentre al Pakistan di quelli occidentali.I due paesi, da allora, si sono confrontati più volte militarmente, “ma nessuno di loro ha mai messo in discussione l’accordo”, nota von Lossow. Anzi: in certi momenti il trattato sul bacino dell'Indo è stato l’unica piattaforma per negoziare. “Qualcuno dice che si tratta di un accordo disfunzionale: ma intanto le due potenze nucleari devono vedersi regolarmente, e questi incontri sono stati un’occasione di de-escalation. Basti pensare che a volte si sono tenuti anche durante le guerre”.Il caso del SenegalAltro caso interessante è quello del fiume Senegal, che scorre in un'area dell'Africa caratterizzata dall'alta conflittualità. L’Organizzazione per la gestione in comune del fiume Senegal (Omvs), creata nel 1972 a Nouakchott, riunisce quattro paesi: Guinea, Mali, Mauritania e Senegal stesso. “La forza di questa cooperazione – spiegava Amadou Lamine Ndiaye, direttore dell’Ambiente e dello sviluppo sostenibile all’interno di Omvs, nel 2022 in uno stralcio riportato sulla rivista Africa – è quella di aver trasformato il fiume Senegal e un’area di circa 300mila chilometri quadrati corrispondenti al suo bacino idrografico in un bene comune di questi quattro paesi. Ciò significa che le infrastrutture, come per esempio le dighe, che ricadono in questo ambito territoriale non sono del paese che le ospita ma sono di tutti i paesi aderenti all’Omvs. Di volta in volta, secondo precisi criteri, si stabiliscono quindi le quote di acqua, energia prodotta, pescato che spettano a ciascuno”. Anche in questo caso, sono la necessità e la consapevolezza che le alternative sono peggiori che spingono a cooperare. Non sarà, forse, molto idealistico. Ma funziona.Le sfide che restano sul tavoloCerto, i problemi rimangono. Come in Medio Oriente, una delle aree più critiche della Terra dal punto di vista idrico. Le Nazioni Unite hanno provato a elencarne alcuni: la frammentazione governativa, le decisioni spezzettate tra settori (agricoltura, energia e ambiente) e livelli di governo, il coordinamento internazionale ancora troppo limitato. Senza considerare il tema delle acque sotterranee di cui poco si sa e ancor meno si è legiferato. Ma la storia mostra che non è il caso di abbandonare la speranza. E chissà che la diplomazia dell'acqua diventi un esempio anche per quella climatica.