Il governo lo presenta come una stretta su algoritmi opachi, account ceduti e falso lavoro autonomo, ma il capitolo della bozza del decreto Primo maggio dedicato ai rider apre a un’altra riflessione. Il governo vuole aumentare i diritti dei lavoratori precari, o scaricare adempimenti su di loro? La risposta conta ancora di più perché l’Italia, come tutti gli stati membri dell’Ue, entro il 2 dicembre 2026 deve recepire la direttiva sul lavoro tramite piattaforme digitali. Intanto, paga e sicurezza sul lavoro restano ancora sullo sfondo.Le misure ipotizzate sui rider in tre punti“Il governo ha usato un decreto d'urgenza per recepire parzialmente la Direttiva europea sul lavoro tramite piattaforme, saltando completamente il confronto con il sindacato. Un atto scorretto sul piano istituzionale, prima ancora che nel merito”, dichiara a Wired Roberta Turi, segretaria nazionale NIdiL CGIL, la sezione del sindacato che si occupa dei lavoratori atipici. Anche se è una bozza, e ci saranno ulteriori modifiche prima del decreto finale, per la segretaria “la norma non introduce la presunzione legale di subordinazione che la Direttiva europea richiede, un meccanismo che avrebbe dovuto facilitare il riconoscimento dei diritti, anche per via amministrativa, senza oneri per i lavoratori”.Più volte anche i tribunali hanno sostenuto che se il lavoro è organizzato o condizionato dai sistemi automatizzati della piattaforma, allora c’è una presunzione di subordinazione del lavoratore. Ma secondo Turi, nel decreto attuale “la condizione dei rider non cambia: per come è pensato chi vuole far valere i propri diritti dovrà comunque fare causa, uno per uno e a sue spese”.La seconda misura presente nella bozza di decreto riguarda gli algoritmi. Le piattaforme dovrebbero spiegare ai rider come funzionano i sistemi automatizzati che assegnano le consegne del cibo a domicilio, che influenzano direttamente i compensi e valutano la prestazione di lavoro; inoltre il lavoratore avrebbe diritto a un riesame umano delle decisioni prese dalla macchina. È un impianto che spinge sulla trasparenza e sulla supervisione umana, in linea con la direzione già presa a livello europeo, dove la direttiva impone obblighi più strutturati di informazione, controllo umano e contestazione delle decisioni automatizzate.Il terzo punto è quello dell’identificazione digitale e del controllo degli account coi quali i rider lavorano per le piattaforme di food delivery. L’accesso alla piattaforma dovrebbe avvenire tramite Spid, Cie, Cns o autenticazione equivalente, con un solo account per codice fiscale e il divieto di cessione del profilo a terzi. L’obiettivo dichiarato è colpire la circolazione irregolare degli account e il cosiddetto caporalato digitale, rafforzando la tracciabilità delle prestazioni e dei soggetti che le svolgono.Proteste dei rider a Roma: chiedono migliori condizioni di lavoroSamantha Zucchi/Insidefoto/Mondadori Portfolio via Getty ImagesLe critiche dei sindacatiÈ proprio qui, però, che si concentrano alcune delle critiche più forti. Per NIdiL CGIL il rischio è che il decreto finisca per produrre soprattutto “burocrazia a carico dei rider”, scaricando nuovi adempimenti sui lavoratori. Il lavoro di piattaforma in Italia è già oggi attraversato da una forte asimmetria di potere tra app (e quindi piattaforme del food delivery) e lavoratori, e il tema degli account non è mai stato solo tecnico. Intorno alla gestione delle credenziali si intrecciano infatti precarietà contrattuale, intermediazione irregolare e difficoltà di accesso al lavoro per una parte della forza lavoro migrante. Il decreto non considera minimamente che la flotta di rider in Italia è composta ormai da anni perlopiù da persone migranti che difficilmente, o comunque non sempre, hanno accesso a Spid, Cie o Cns a causa della loro condizione nel paese.Con questa misura il governo favorisce i lavoratori del settore italiani, una piccola percentuale, tagliando fuori coloro che invece rendono possibile di fatto l’esistenza del food delivery in Italia. Inoltre, la bozza di decreto lascia invece irrisolti altri nodi sostanziali del settore, come compensi e sicurezza sul lavoro. “Il decreto scarica sulla collettività, attraverso la piattaforma formativa del Ministero del Lavoro, i costi della formazione sulla sicurezza, che invece dovrebbero essere a carico delle piattaforme. Un regalo a quelle imprese pagato da tutti” conclude Turi.A che punto è il percorso della direttivaIntanto, sul recepimento italiano della direttiva europea, il quadro è ancora in movimento ma qualche elemento concreto c’è già. Mentre nei primi mesi del 2026 il tema è entrato anche in un’ulteriore fase a livello parlamentare ed europeo, con Bruxelles che ha istituito un gruppo di monitoraggio per seguire la trasposizione nei singoli stati membri, il Parlamento italiano ha approvato nel 2025 la legge di delegazione europea che autorizza il governo a recepire la direttiva. In parallelo, sempre nel corso del 2025, il ministero del Lavoro ha aperto un confronto con le parti sociali.Tradotto: il recepimento non è ancora un cantiere trasparente e pubblico con una bozza definita sul tavolo, ma è già cominciata la partita politica e tecnica su come adattare il diritto del lavoro italiano a una direttiva che mette in discussione il confine tra autonomia, subordinazione e governo algoritmico del lavoro. La bozza di decreto del Primo maggio può essere letto come un’anticipazione parziale, ma sicuramente perfettibile e non un punto di arrivo. Solo con il recepimento della direttiva si capirà se l’Italia vorrà davvero combattere il falso lavoro autonomo e limitare il governo opaco degli algoritmi.
Il decreto del Primo maggio sui rider punta a contrastare il caporalato digitale, ma lascia aperti i veri nodi
Il governo interviene sulle condizioni lavorative dei fattorini tralasciando temi importanti come i compensi e la sicurezza sul lavoro. E la proposta di autenticazione tramite Spid discrimina i lavoratori migranti











