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Il decreto Primo Maggio penalizza i datori di lavoro scorretti. Ma il sindacato rosso prova ad azzopparlo

Niente incentivi pubblici a chi sottopaga i lavoratori. La promessa del presidente del consiglio Giorgia Meloni si ritrova, integra, nel Decreto Primo Maggio, quello per intenderci che sbarra la strada a chi ricorre a contratti al ribasso (nella foto il ministro del Lavoro, Marina Calderone). A quei datori di lavoro che sfruttano, il governo impone di adeguarsi al trattamento economico complessivo previsto dai contratti "veri", che comprendono il trattamento economico complessivo percepito dal lavoratore. Ma alcune ricostruzioni fuorvianti, foraggiate dalla solita narrazione anti governativa della Cgil, non la raccontano giusta e provano a gettare fango su una misura che davvero è dalla parte dei lavoratori.

Si prendano gli strali apparsi ieri su Repubblica contro il decreto, accusato di non rappresentare uno stop ai cosiddetti contratti pirata, anzi, di esserne un moltiplicatore. Vengono citati due casi che però giungono a conclusioni affrettate e sbagliate, dipingendo un quadro che, semplicemente, non c'è. Il primo riguarda l'impresa che applica un contratto sottosoglia: essa rinuncerebbe all'incentivo per continuare a competere al ribasso, ma tale caso è quello che accade dal Jobs Act in poi, ed è inevitabile finché l'articolo 39 resta inattuato. Dunque il Decreto Primo Maggio non c'entra.