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Il governo studia una doppia strada per alleggerire la pressione sui salari: più spazio al welfare aziendale e una compensazione automatica nei settori in cui i rinnovi contrattuali continuano a slittare

Il lavoro torna al centro del decreto del Primo Maggio, con l’obiettivo di dare un segnale visibile alle famiglie proprio sul terreno più sensibile: quello della retribuzione netta. La linea su cui si muove l’esecutivo è chiara: sostenere il reddito disponibile senza intervenire in modo diretto sul salario minimo, ma rafforzando due strumenti già presenti nel sistema. Da una parte c’è il possibile ampliamento dei fringe benefit, dall’altra un correttivo pensato per i dipendenti che restano bloccati per mesi con il contratto collettivo scaduto. La logica è quella di alleggerire la pressione del caro vita e spingere le imprese a riconoscere aumenti, anche attraverso canali diversi dalla paga base.

Il primo intervento riguarda, come anticipato dalla relativa bozza, il capitolo dei benefit aziendali, destinato a diventare ancora più centrale nelle politiche retributive. L’ipotesi sul tavolo è quella di alzare fino a 3.000 euro il tetto entro cui beni, servizi e rimborsi non entrano nel reddito imponibile. Oggi il limite si ferma a 1.000 euro per chi non ha figli fiscalmente a carico, mentre sale a 2.000 euro in presenza di nuclei familiari con almeno due figli. Un ulteriore incremento allargherebbe in modo sensibile il margine con cui le aziende possono riconoscere somme aggiuntive senza trasformarle in salario strutturale.