Ma, a parte i delitti irrisolti, parliamo due minuti anche di quello che conta nella vita, subito dopo la salute? Ci sono millesettecento persone che da un momento all’altro, così, un giorno qualunque, perdono il lavoro. Giovani e meno giovani, uomini e donne, persone da cui dipendono altre persone a carico, persone senza lavoro e senza reddito, piccole e anziane, a volte molte.
Quando in 1.700 perdono il lavoro bisogna moltiplicare il danno almeno per tre o quattro: intere comunità. C’è un certo allarme ma non mi pare ci sia un allarme nazionale, una mobilitazione pubblica e corale per il cosiddetto piano di ristrutturazione della Electrolux, gruppo svedese che fabbrica elettrodomestici. Una preoccupazione tutt’al più locale, nelle regioni d’Italia dove hanno sede le fabbriche, e sindacale, naturalmente.
Il ministro Urso ha convocato le parti per il 25 maggio: per discutere, certo. Vedere, capire. In effetti c’è parecchio da capire. La Electrolux produce elettrodomestici: frigoriferi, lavatrici, forni. Un genere merceologico di cui, come la culla quando nasce un neonato, non si può fare a meno. A meno che tu non viva in una tenda (ma anche lì, piccolo un frigo ti serve).
La ragione per cui l’azienda svedese, che evidentemente non fa margine, manda a casa quasi la metà dei suoi dipendenti è espressa in un comunicato che, nel decisivo passaggio, dice così: «Il settore degli elettrodomestici attraversa da anni una fase di marcata difficoltà in Europa a causa di diversi fattori, tra cui domanda persistentemente debole» (in che senso? È la crisi demografica? Non l’avevate messa in conto?), «una sempre maggiore pressione competitiva» (ok, la competizione, è il mercato, si sa), costi strutturalmente elevati (sarà mica un problema vostro, calibrare la produzione sui costi?), «e crescente complessità operativa» (cioè?).








