La contendibilità è il cuore dello sport. Il campione trova la sua ragione d’essere nella possibilità d’essere sconfitto. Prendete Novak Djokovic: nessuno ha vinto tanto quanto lui, è ancora un Top 5 ma ce ne stiamo già dimenticando. Mi viene in mente un sonetto del 1818 di Percy Bysshe Shelley, “Ozymandias”, dal nome greco del faraone Ramses II. Vi si racconta di un viaggiatore che in una landa desertica trova i resti di una colossale statua spezzata: due gambe di pietra senza tronco e, accanto nella sabbia, un volto scolpito dall’espressione altera. Sul piedistallo, l’iscrizione: “Il mio nome è Ozymandias, re dei re: guardate le mie opere, o Potenti, e disperate!”. Intorno, solo sabbia che si estende a perdita d’occhio. La forza dell’immagine sta nel cortocircuito: il proclama d’invincibilità, della non-contendibilità, è ancora lì, mentre tutto ciò che pretendeva di celebrare è scomparso. Quando il dominio è pieno, le statue e gli archi - chiedetelo a Trump, che ne vuole uno per sé a Washington - svettano sulle case e sui palazzi e su chi li abita: nessuno mette in dubbio il Potere Attuale. Ma, quando si solleva il vento, la sabbia s’infiltra nelle fenditure minuscole, e lentamente le allarga. Intanto qualcuno ha già cominciato a erigere i monumenti ai nuovi potenti. Fuori di metafora: nell’era di Federer, Nadal e Djokovic, chi si ricordava più di Pete Sampras? E chi adesso, nell’era di Carlos e Jannik, cita ancora i Big Three?









