Tra aprile e maggio tre eventi politici europei ci aiutano a capire che cosa sta avvenendo nella sinistra del Vecchio continente: così le elezioni in Ungheria dove per battere una destra conservatrice con qualche tendenza illiberale, qualche flirt putiniano di troppo e con eccessi di ricatti antieuropei, la sinistra si è annullata, consegnando la guida della nazione a una destra conservatrice però non putiniana ed europeista (più o meno quel che era successo già in Polonia). In Romania la sinistra per impedire una vittoria del candidato della destra radicale, dopo diversi pasticci (con annessa sospensione di un candidato che si è considerato sostenuto da Mosca) aveva appoggiato al secondo turno un indipendente, (Nicusor Dan) d’intesa con formazioni di una destra moderata a cui poi toccò esprimere il primo ministro (Ilie Bolojan). Ma questa intesa non ha retto la prova del governo e i socialisti hanno aperto una crisi perché critici della politica di austerità che Bucarest aveva concordato con l’Unione europea.

Intanto fuori dall’Unione europea in Inghilterra i Laburisti hanno dimezzato i consiglieri che avevano negli enti locali, perdendone più di 1.300, anche nelle aree dell’Inghilterra considerate storicamente loro feudi, mentre è cresciuto il partito di destra radicale Reform Uk di Nigel Farage, quello verde-islamista di Zack Polanski e i liberali che raccolgono voti sia della destra, sia della sinistra moderate. Con, anche, una preoccupante crescita dei partiti più o meno indipendentisti della cosiddetta Gran Bretagna celtica (Scozia, Galles, Irlanda del Nord) e quindi con annessa (potenziale) minaccia di disgregazione del Regno Unito.