Come era intuibile fin dall'inizio, non sarà un caso facile. E, soprattutto, non sarà di breve durata. È la stessa Corte d'appello di Torino - che dovrà valutare, nei prossimi giorni, se scarcerare o meno il presunto assassino in fuga dagli Usa Lee Mongerson Gilley - a scrivere, tra le righe, che nulla sarebbe scontato. E che le rassicurazioni espresse nei giorni scorsi dall'ambasciata statunitense a Roma - «la pena di morte non è in discussione» - andranno anch'esse valutate, esaminate. «Approfondite». Il minimo necessario prima di restituire al Texas, Paese che prevede la pena di morte, una persona evasa nel nostro Stato. La necessità di ulteriori approfondimenti I giudici della seconda sezione della Corte d'appello di Torino - che ieri, in aula, hanno ascoltato Gilley e la sua richiesta di restare in Italia, ribadiscono la necessità di «approfondire» nel provvedimento di convalida dell'arresto in cui viene fissata l'udienza che si è svolta ieri. Un atto mandato non solo all'indagato, ma anche ai ministri della Giustizia e dell'Interno. Leggi anche Perché l’Italia non può riconsegnare subito il texano accusato di omicidio Garanzie diplomatiche e dubbi sulla pena capitale E riguardo alle presunte rassicurazioni rese note dall'ambasciatore, precisano: «Appare necessario comprendere la base sulla quale si è indicato che la pena di morte non sia in discussione, ed in particolare se si tratti di una garanzia di non applicazione della sanzione, sebbene prevista dalla legge, data dalle Autorità, o se si tratti invece di una affermazione basata su normativa interna che prevede la non applicazione della pena di morte a persona estradata se la legislazione dello Stato richiesto non la prevede». L’accusa di aver ucciso la moglie incinta Gilley, ingegnere di 39 anni residente in Texas, è accusato di avere ucciso la moglie incinta nell'ottobre del 2024. Non è ancora stato processato. L'udienza preliminare negli Usa è fissata il 5 giugno. È evaso dalla sua casa dopo essersi tagliato il braccialetto elettronico il 1° maggio. La polizia del Texas non se ne è accorta fino al 4 maggio. Forse non è suonato l'allarme. Non è chiaro. Gilley ha guidato fino al Tennesse, e nessuno lo ha fermato. Da qui ha preso un jet privato per Toronto. E dal Canada si è imbarcato con documenti falsi per Milano. A Malpensa la polizia lo ha fermato. Gilley a quel punto ha fatto richiesta di protezione internazionale ed è stato portato al Cpr di Torino. Poi, dopo che è scattato l'arresto dell'Interpol, al carcere Lorusso e Cutugno. Pericolo di fuga e decisione della Corte d'appello Secondo i giudici della Corte d'appello, non vi sono dubbi sul fatto che Gilly sia dotato di «scaltrezza» e che nel suo caso vi sia un elevato «pericolo di fuga». Ora si prenderanno il tempo necessario per decidere se scarcerarlo, come chiesto dall'avvocata Monica Grosso, o trattenerlo. I confini della legislazione italiana Ma intanto, nell'atto scritto prima dell'udienza, i giudici segnano i confini tracciati dalla legge, partendo da una considerazione: il reato di «capital murder» in Texas è punito con la pena di morte. Anche se l'ambasciata sostiene che la pena di morte non sarebbe in discussione, c'è una corposa normativa che impone al nostro Paese regole precise sull'estradizione. Tra cui questi principi: «Se il fatto per il quale è domandata l'estradizione è punito con la pena di morte secondo la legge dello Stato estero, l'estradizione può essere concessa solo quando l'autorità giudiziaria accerti che è stata adottata una decisione irrevocabile che irroga una pena diversa dalla pena di morte, o se questa, inflitta, è stata commutata in una pena diversa». E ancora: «La parte richiesta può concedere l'estradizione a condizione che la pena di morte non venga imposta alla persona richiesta o non venga eseguita». Non è, non sarà, un caso facile.