Il detenuto in Italia e il trattamento "inaspettato" nel Cpr Come se non bastasse, ci sono ulteriori ostacoli che impediscono una gestione senza intoppi della questione. Finché rimane in Italia, il 39enne texano ha diritto a impugnare qualunque decisione dei magistrati milanesi in Cassazione, così come ogni provvedimento del ministro della Giustizia davanti al Tar e al Consiglio di Stato. Intanto Lee Gilley, parlando con la sua legale, ha spiegato la scelta dell'Italia: "È un Paese in cui si può stare e ha rispetto per le persone straniere. Potrei costruirmi una vita. Voglio vivere qui anche perché l'Italia mi proteggerebbe dall'accusa ingiusta in America. La polizia in Texas mi ha trattato molto male. La cosa più leggera che mi ha fatto è mettermi sotto a un condizionatore che sparava aria gelida per tutta la notte. Fuori c'erano 40 gradi. Nel Cpr di Torino, abituato a questi trattamenti, ho confuso i poliziotti per garanti. Mi trattavano così bene che ho pensato, non possono essere poliziotti". L'avvocata ha aggiunto: "È fuggito dagli Usa perché sottoposto a una campagna mediatica così intensa che era terrorizzato dall'idea di non avere un processo equo a causa della giuria popolare, che in America è influenzata dai media. Ha avuto il terrore che la giuria lo portasse a una condanna a morte senza avere la reale possibilità di difendersi".
Uccise la moglie poi fuggì in Italia: ora l'estradizione è un caso
Lee Gilley è in cella a Torino: "Posso ricostruire la mia vita". Gli Usa lo rivogliono per processarlo, ma la pena di morte è un ostacolo non di poco conto










