Sebastiano del Portogallo aveva ventiquattro anni quando s’imbarcò a Belém con ottocento navi e ventimila uomini. La sua era una crociata personale: voleva riportare il suo regno al centro del mondo, recuperare il dominio sul Marocco e, già che c’era, andare a liberare Gerusalemme dal Turco. Il 4 agosto 1578, nei pressi di Alcácer Quibir, schierò le proprie truppe contro un esercito marocchino di quarantamila cavalieri.
Perse. Non fu una sconfitta: fu una carneficina. Mori un’intera classe dirigente: come gli ungheresi a Mohács o i polacchi a Katyn. Sopravvisse qualcuno per raccontare e il corpo del re non fu mai trovato.
Quella scomparsa nel nulla divenne il cuore di una leggenda: Sebastiano non era morto, si era ritirato in qualche luogo remoto, attendeva il momento giusto per tornare. Il sebastianismo diventò una religione laica portoghese: la fede nel re che ritornerà nel giorno in cui il Portogallo tornerà grande. Quel giorno non arrivò mai. Nel 1580 la corona passò a Filippo II di Spagna. Il Portogallo scomparve per sessant’anni come Stato indipendente, poi riapparve quale pedina nel gioco diplomatico britannico. Ma la leggenda durò e fu una delle basi della identità portoghese, dal nazionalismo ottocentesco fino a Pessoa. Oggi è forse solo letteratura. Non in Brasile dove, dalla fine dell’Ottocento, il messianismo è la realtà politica. Dalle rivolte di Canudos, Contestado e Juazeiro fino ai messianismi opposti di Bolsonaro e Lula.









