Nel V secolo a.C., il grande filosofo Socrate veniva accusato dai suoi concittadini di essere un sofista, di introdurre nuove divinità e di corrompere i giovani. Ma ciò che più gli si imputava era la sua critica implacabile all’ipocrisia dei potenti ateniesi, che si proclamavano custodi della virtù e della giustizia mentre praticavano l’inganno e la doppiezza. Da allora, l’ipocrisia non ha perso né efficacia né diffusione: continua a serpeggiare tra i discorsi pubblici e le scelte private, corrosiva e persistente.
Che cos’è, dunque, l’ipocrisia? Il termine deriva dal greco hypokrisis, che indicava la recitazione teatrale: il fingere di essere ciò che non si è. Oggi il suo significato si è ampliato fino a includere ogni forma di doppiezza morale: dire una cosa e farne un’altra, sbandierare valori che non si seguono, mostrare al pubblico un volto virtuoso mentre si nasconde l’opposto. L’ipocrisia è la maschera del conformismo e dell’opportunismo, il compromesso costante tra ciò che si pensa, ciò che si fa e ciò che si vuole far credere.
Oggi, chi predica sobrietà si fa fotografare in jet privati e chi invoca rigore fiscale trasferisce patrimoni nei paradisi offshore. Alcuni leader religiosi esaltano la povertà, ma vivono in sontuose dimore; predicano castità, ma sono travolti da scandali. Alcune grandi aziende celebrano sostenibilità, inclusione e valori umani. I loro siti mostrano video emozionali, missioni etiche, dichiarazioni d’intenti.







