Dicono che la notte di sabato 9 maggio 1936, alle 22.30, nelle piazze di città e paesi ci fossero 20 milioni di italiani ad ascoltare dagli altoparlanti della radio la voce di Benito Mussolini che dal balcone di Palazzo Venezia proclamava l'impero dell'Africa Orientale Italiana: «L'Impero è risorto». Il giorno dopo il Gazzettino titolò a piena pagina: «Il primo giorno dell'Impero salutato dal popolo italiano con orgogliosa fierezza». Il Governo ci teneva a sottolineare: «Ed ecco sulle tenebre di luce, sulla selvaggia costrizione di poveri popoli asserviti ad una tirannide, la via aperta a tutte le possibilità della civiltà romana». Il Vaticano parlò di «nuove vie aperte all'apostolato cattolico». Le navi militari spararono 101 colpi di cannone. I bambini, in divisa da Balilla, furono fatti uscire dalle aule e radunati.

Il discorso del duce venne letto in tutte le scuole: «Sarà insegnato all'infanzia e alla gioventù che l'impero riconquistato dal Fascismo dovrà essere dalle generazioni presenti e future difeso con le armi fino all'ultimo respiro». Il decalogo per il caposquadra balilla declama al primo punto: «Sappia che il fascista ed in specie il milite non deve credere alla pace perpetua». Meglio saperlo da piccoli, ci si abitua. Pochi ci fecero caso nell'euforia e in un consenso al regime che toccò il picco più alto nel ventennio e coinvolse anche molti antifascisti. Fu così che gli italiani di ogni età appresero che il maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, marchese del Sabotino, era entrato ad Addis Abeba in sella a un cavallo bianco preparandosi a ricevere l'incarico di governatore generale dell'Etiopia col titolo di viceré. La guerra era stata dichiarata il 2 ottobre del 1935, l'annuncio anche allora dato alla radio: "Un'ora solenne sta per scoccare nella storia della Patria Abbiamo dei vecchi e nuovi conti da regolare, li regoleremo". Il pretesto fu trovato facilmente: 315 pozzi di Ual Ual, una zona etiopica al confine con la Somalia, della quale nessuno sa niente e si può raccontare ciò che si vuole.