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Circa duemila manifestanti hanno cercato di raggiungere l'Arsenale: fermati dalla polizia. Venti Paesi non aprono i loro spazi espositivi per protesta verso Tel Aviv
Non poteva bastare la questione del padiglione Russo a trasformare la Biennale - che oggi apre al pubblico - in un campo di battaglia, dove tutti sparano comunicati e proteste addosso a tutti; doveva detonare anche la questione del padiglione Israeliano, aperto ieri, con una inaugurazione blindata: polizia in tenuta antisommossa e carabinieri all'ingresso. In realtà contestazioni in loco in mattinata non ce ne sono state. All'Arsenale, il padiglione che Israele possiede ai Giardini dal 1952 è in restauro, in uno spazio protetto anche dalle mezuzot (rotoli sacri di pergamena alle porte tipiche della case ebraiche), al centro della scena sono stati l'ambasciatore Jonathan Paled e l'artista Belu-Simion Fainaru. "Siamo qui per costruire ponti non per fare discussioni o conflitti. Siamo qui per esprimere il nostro desiderio di coesistenza e di accettazione tra le persone e tra i popoli". Questo il succo del discorso dell'ambasciatore. E ancora: "Da qui arriva un messaggio: il popolo ebraico e Israele sono una parte integrante delle nazioni dei popoli e mostrano la loro cultura e la loro arte per tutti". Anche un ringraziamento diretto a Pietrangelo Buttafuoco: "Credo che tutti sappiano che lui ha lottato perché tutti i Paesi fossero qui. Vorrei ringraziarlo per aver lottato per una libera partecipazione per tutti e anche per noi".







