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Lo Stato di Israele non ha quasi fatto in tempo ad annunciare la partecipazione alla Biennale Arte di Venezia del 2026, a due anni di distanza dalla chiusura del proprio padiglione al pubblico, che i Pro Pal sono già scesi in campo
Certo che i no la qualunque fanno una vita davvero grama. A ogni fiera del libro devono cercare di censurare qualcuno, un editore, uno scrittore, chiunque va bene pur di lanciare un appello contro la libertà d'espressione in nome della democrazia (hanno un po' di confusione in testa, in effetti). Non c'è Mostra del cinema senza corteo per rispedire a casa attori, registi e film israeliani. Il lunedì sono No Tav, il martedì Pro Maduro, il mercoledì Pro Pal, il giovedì antifa in assenza di fascisti, il venerdì sì Leoncavallo, il sabato No Meloni, la domenica No global.
Lo Stato di Israele non ha quasi fatto in tempo ad annunciare la partecipazione alla Biennale Arte di Venezia del 2026, a due anni di distanza dalla chiusura del proprio padiglione al pubblico, che i Pro Pal sono già scesi in campo additando il "Padiglione del genocidio". Un delirio anche perché il Padiglione rimarrà chiuso per il complesso restauro in corso. Al contrario, lo scultore Belu-Simion Fainaru, che rappresenterà Israele nella manifestazione in programma da sabato 9 maggio a domenica 22, si è detto felice di essere esposto in uno spazio dell'Arsenale accanto a Paesi come Emirati Arabi Uniti, Turchia e Arabia Saudita. Fainaru è stato vincitore dell'Israel Prize, il massimo riconoscimento artistico conferito dallo Stato israeliano. L'artista ha spiegato in una telefonata ad ArtNews: "Il dialogo è il modo migliore per esprimerci. Sono totalmente contrario ai boicottaggi". Il "collettivo" Pro Pal ha invece chiesto alla Biennale l'esclusione ufficiale di Israele e di ogni suo eventuale rappresentante. Richiesta che sarà respinta al mittente, come previsto dalla politica della Biennale di Venezia.






